Volpe Giulio



Il viaggiatore immobile

Il viaggiatore immobile

Di Neometafisica si era parlato quando ancora De Chirico dipingeva, per almeno i suoi dieci ultimi anni di vita e di pittura.

Il Maestro conduceva una rivisitazione di sé, rielaborava la sua stessa prima stagione metafisica, per approdare ad esiti che rivelavano un respiro ed una luce diversi dalla melanconia e dalle oscure premonizioni delle origini, nonché liberi dalle influenze nietzschiane del grande meriggio e dell’eterno ritorno, ma sempre capaci di indurre uno spazio immobile in un tempo circolare.

Piazze d’Italia e Cavalieri erranti, insieme ai treni, alle scatole e alle squadre, nel primo De Chirico metafisico stavano in bilico sui precipizi di due guerre mondiali, guerre capaci di devastare il vecchio mondo e avviarlo proprio a quello spaesamento che ci è noto, ma il De Chirico degli ultimi anni ’60 e dei ’70 fino alla scomparsa, riuscirà contro i detrattori a rigenerare i significati di quegli stessi elementi, come discendenti fortunati nella neometafisica.

Morandi partecipò al movimento europeo della metafisica dell’oggetto comune con forte personalità, trovando conforto negli oggetti che rappresentava oltre la loro apparenza reale e oltre i confini dei sensi, tanto che De Chirico stesso riconobbe il notevole contributo del Maestro bolognese al “grande lirismo creato dall’ultima profonda arte europea: la metafisica degli oggetti più comuni”.

Eccoci all’improvviso sulla barca dei pensieri di Palumbo, catturati nella mente verso infiniti viaggi senza accorgerci d’essere immobili. Gli oggetti costeggiano il viaggio e ci guardano mentre li guardiamo. La fatale isola dei morti di Böcklin non è più un estremo approdo per la barca del Palumbo metafisico, bensì semmai una occasione estrema per andare ancora oltre, anzi, il traguardo ultimo della barca viene talora trasportato dalla barca stessa. Noi siamo lì ma non ci siamo e ci spostiamo senza muoverci come fa, appunto, il Viaggiatore immobile.

E quanti rimandi ancora tra il surrealismo di orologi inscatolati, di pianeti e rinoceronti in attesa, fino a debiti più immediatamente riconoscibili, dal pallido intonaco di case che affacciano sul cortile morandiano di via Fondazza, al manichino impareggiabile delle poche e preziosissime tele del

Morandi metafisico, agli oggetti umili quanto resi eterni dal gesto dell’artista, e liberamente tratti (oppure sottratti) da questo artista diverso, Ciro Palumbo, per una diversa eternità, fatta di un abito pittorico già a tutta evidenza autonomo, ma vivi anche per la memoria di una vita ricevuta un tempo dai maestri metafisici, e ancora secondo quel miracolo di attesa, ammantati e rivelati dalla luce di ogni ora e di tutti i giorni, delicatissima protagonista perfino su queste tele.

E l’Isola dei morti, che pure proprio De Chirico e Dalì avevano riproposto, è opera dipinta a Firenze nel 1880 e densa di mistero, commissionata o ambita da molti, evocata da moltissimi.

Immagini dunque immortali, il soggetto immaginario di un dipinto consegnato più volte alla realtà, o i soggetti reali consegnati più volte all’immaginazione (di Morandi), come in una pratica pittorica di mondi paralleli ma reciprocamente collegati.

L’unico vero dialogo tra artisti, che in qualche misura ci riscatta da infiniti “dialoghi”, inventati e inesistenti, tipici del compiacimento espositivo contemporaneo.

 

I sensi sembrano dunque raddoppiare, perché si vola anche su grandi ali altrui e perché, all’esatto opposto, si forniscono ad un tempo nuove ali a questo antico volo; e non finisce qui, perché c’è un viaggio ulteriore e parallelo che fu Giacomo Leopardi a suggerire e che dichiaratamente ispira i posteriori artisti figurativi.

Insomma, c’è la poetica dell’oggetto quotidiano che prende vita o del viaggiatore che rinuncia a muoversi; l’atto creativo stesso, come Leopardi affermava, concede la possibilità di vivere più volte.

Una poetica di ossimori e di istintivi rimandi incrociati, si direbbe, che dall’apparente contrasto conduce però all’armonia delle forme e dei colori, delle destinazioni di questi infiniti viaggi ai quali Palumbo ci accompagna, soltanto ed appena intuite da ciascuno di noi.

Se si parla di “cosiddetta” stagione metafisica a proposito del grande maestro bolognese, a significarne l’adesione del tutto originale e frutto di personalissima interpretazione, lo stesso credo si possa pensare per Palumbo e per le sue navi che veleggiano senza un filo di vento.

Se al Morandi della celeberrima Natura morta della Fondazione Magnani-Rocca (1918) all’elemento tipicamente metafisico del manichino, seppur dimezzato, si affiancano soggetti a prima vista estranei quali la bottiglia, e perfino una spazialità assai diversa e più “congrua” di quella de chirichiana, insieme ad una pittura assai più magra, è per la rivendicazione - in Morandi - di una intimità creativa del tutto autonoma, esattamente come quella rivendicata da Palumbo, che rivela nella fertile produzione pittorica una mirabile varietà di declinazioni, come per la rinuncia ad essere parte di un movimento, o a scrivere insieme ad altri un manifesto.

E se De Chirico colse le differenze, pur nel lirismo altissimo, della metafisica morandiana rispetto alla sua (presentando Morandi a La Fiorentina Primaverile, nel 1922), diamoci anche noi oggi a immaginare quale dimensione neo-metafisica, o in altre parole quale spazio mentale diverso, da quelli sopra citati, occupi oggi la pittura di Palumbo.

Perché il pittore che qui ammiriamo, non ambisce al confronto ma neppure può davvero resistere all’incursione, prima filosofica e letteraria – si diceva poc’anzi di Leopardi- poi anche pittorica, inquadrando il paesaggio morandiano nelle finestre o lasciandolo in un caso limite debordare come per l’ammutinamento dell’opera al creatore.

E se la rivista “Valori Plastici” rivelava per prima quei capolavori metafisici di Morandi, e confidava al mondo l’esigenza europea di un “ritorno all’ordine” o ai valori della tradizione pittorica del passato, si permetta a chi scrive di augurarsi davvero che lo stesso voglia significare la mostra di oggi, non per caso a Bologna, di Ciro Palumbo.

 

Artisti di mente, certo, ma anche di cuore e di mano. Che l’artista sia soprattutto questo, in un eterno, semplice ed autentico auspicio che trova molti storici dell’arte di lungo corso -penso a Eugenio Riccomini- ancora concordi.

Morandi scrisse nel ’19 a Carrà che stava lavorando a una natura morta con “una bottiglia e altri oggetti rovesciati su un piano”: gli sembrava che riuscisse “abbastanza buona”, ed oggi è esposta alla Pinacoteca di Brera, spostata forse soltanto per andare al MET di New York.

La barca di Palumbo possa compiere interminabili viaggi, come quelli che compie già nella immobilità variegata degli infiniti percorsi della mente. Ed ancora alberi e cortili morandiani si apriranno dalla finestra sospesa del viaggiatore di Palumbo, che sarà la finestra di chiunque tra noi, in qualunque tempo.

Proprio come De Chirico descriveva il lavoro di quel Morandi, e con le stesse parole, oggi possiamo raccontare Palumbo, mentre vara la “sua” barca nel “suo” spazio immobile “e guarda intorno a sé gli oggetti sopra un tavolo con l’emozione che scuoteva il cuore al viaggiante della Grecia antica

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