Uliana Antonella



Verso nuovi approdi

Verso nuovi approdi

Qual è la cosa più difficile? Quella che

sembra più facile. Vedere coi tuoi occhi

quel che si trova già davanti ai tuoi occhi.

(Johann Wolfgang Goethe)

 

La produzione artistica di Ciro Palumbo è frutto di una conquista, di un percorso dentro di sé, di un viaggio nel tempo. La nascita di ogni sua opera, nel silenzio dello studio, avviene assecondando i modi di un rito. Uno stato d’animo, un’inquietudine a cui ogni giorno deve rendere conto, un momento sacro nel quale la solitudine lo costringe ad approfondire la ricerca interiore.

Da una parte l’artista, dall’altra l’idea che gli si mostra e si nasconde, che fugge e torna.

Come un gioco di specchi, oppure un corpo a corpo o soltanto la magica tensione di un tempo, quello dell’attesa che porterà ad una nuova realizzazione.

La tela vuota è lì, davanti a lui, e lo interroga.

Sono attimi irripetibili, ore preziose in cui la creatività deve saper trovare la strada per manifestarsi, affiorare e farsi immagine, filtrare la materia instaurandovi intesa e complicità.

L’arte avviene, diceva James Whistler, e nei lavori di Palumbo ciò che accade in quegli istanti si cristallizza in visioni sempre diverse, in una pittura sospesa, priva di limiti e di apparenti radici. Una pittura sensibile che non cessa di stupire e reca l’impronta di idee che vengono da lontano per proseguire ancora oltre, senza confini. Un racconto fatto di citazioni, reminiscenze, contaminazioni che ha nel tema del viaggio la sua essenza. Viaggio per mare, per terra, nel tempo e nello spazio, attraverso i cieli e dentro noi stessi, nel sogno e nell’immaginazione, dal buio verso la luce.

Bisogna chiudere gli occhi dopo aver a lungo guardato un suo dipinto. Solo allora quelle immagini si fermeranno dentro la nostra mente e diventeranno parte del nostro mondo. Il più solenne, stupefatto e magico dei mondi impossibili che ci viene incontro e ci cattura con sorprendente semplicità e pienezza. Sulla superficie inanimata della tela lentamente, gradatamente, prendono vita i corpi e gli oggetti. Non c’è bisogno di sapere da dove vengano e forse neanche cosa possano significare perché percepiamo che sono dalla nostra parte, lo spazio nel quale hanno scelto di materializzarsi è un luogo nel quale anche noi abbiamo diritto di entrare. Riconosciamo quelle immagini, sono un porto sicuro, la tranquilla dimora per la nostra anima.

Dobbiamo soltanto abbandonare l’inclinazione a difenderci, allontanare l’insicurezza che porta a cercare di individuare i potenziali negativi dai quali proteggerci. Abbiamo bisogno di raggiungere mondi semplici da comprendere, attingere a momenti magici di verità, vedere il candore dei marmi di classiche sculture o di templi antichi, scivolare con una barca sul filo dell’acqua confidando ancora nel sole. Lasciamoci trasportare allora, navighiamo, voliamo senza confini oppure rimaniamo in contemplazione e sostiamo a riflettere.

È il potere della fantasia che ci fa mettere le ali.

Lascia sempre vagare la fantasia – diceva il poeta John Keats – Spalanca la porta alla gabbia della mente.

E, vedrai, si lancerà volando verso il cielo.

L’opera d’arte, suggeriva Walter Benjamin, è come una chiave fabbricata senza avere la minima idea di quale serratura potrà andare ad aprire. Prendere coscienza di tale prerogativa può dare la possibilità di cogliere aspetti di una realtà che solo da quel momento potrà diventare anche la nostra e appartenerci pienamente. Quella che ci consegna Ciro Palumbo è una chiave prodigiosa perchè spinge il nostro sguardo dietro l’apparenza, apre ad un percorso di esplorazione verso un mondo parallelo dove dominano l’insolito, l’ignoto, il non misurabile.

Ma in fondo questo è il mistero dell’uomo, creatura problematica e contraddittoria, del suo intelletto, che fruga senza posa la realtà per scoprirne l’essenza e portare alla luce il nuovo, della sua anima, con gli aspetti più reconditi e gli abissi.

Allora può divenire facile spalancare la mente ad una visionarietà più intima ed accorgerci, attraverso questa, che più entriamo in quel mondo più avvertiamo di scavare in noi stessi.

La complessità della nostra esistenza è compresa in quelle visioni.

Saliamo anche noi su una di quelle imbarcazioni con gli occhi dipinti sulla prua, seguiamo la rotta per raggiungere le sponde di quel rifugio ideale che solo l’artista conosce e verso il quale soltanto lui può condurci. Partiamo, alla ricerca di una possibilità.

Il viaggio è fluidità, mobilità, illusione e l’isola una proiezione dello spirito, metafora dell’interiorità, di una solitudine pensierosa.

La scrittrice polacca Olga Tokarczuk racconta che l’isola rappresenta il nostro stadio più primitivo e primordiale, quando l’ego ha raggiunto un suo livello di autocoscienza ma non ha ancora creato relazioni con ciò che lo circonda. È un momento che precede la socializzazione, uno stato in cui si rimane entro i propri confini senza essere disturbati da influssi esterni.

Soltanto l’io sembra reale, il tu e il loro sono fantasmi indistinti, Olandesi Volanti che compaiono in lontananza all’orizzonte e scompaiono subito. In realtà forse sono semplici illusioni dell’occhio abituato alla linea retta che divide in due metà perfette il campo visivo.

Era fatale che, attraverso l’archetipo dell’isola, Palumbo raggiungesse Arnold Bocklin e la celebre Isola dei morti. Fa proprio il famoso dipinto, modello paradigmatico e icona indiscussa e ripetutamente citata della pittura romantica, ma non cerca di superarlo correndo il rischio di “ucciderlo” pittoricamente. L’isola dell’artista svizzero è il luogo del non ritorno, della nostalgia, del silenzio, simbolo della tappa finale del nostro cammino terreno; avvolta dall’oscurità della notte, in un’atmosfera irreale e misteriosa, trasmette il senso di un silenzio religioso e inquietante. Palumbo interpreta L’isola dei morti immergendola in una luce diversa, riprendendone singoli dettagli, valorizzandone particolari, slegandola dalla funerea atmosfera del modello svizzero.

Nell’iterazione ripetuta del motivo quell’isola si disintegra e diventa citazione ricorrente di rocce fessurate, blocchi di pietra, porzioni del boschetto di cipressi che si dispongono, senza obbedire ad alcuna logica apparente, nello spazio pittorico. Diviene, in Errante, scheggia proiettata in un universo fatto di materia primordiale, luogo del mistero e dell’assoluto ma anche di speranza e rinascita. Oppure assume le sembianze di un Piccolo mondo di metafisica solitudine circondato dal movimento incessante delle onde; niente di più di una rupe sulla quale incombe, in Isola di notte, un astro luminoso dalle enormi dimensioni che giganteggia in un cielo dalla cromia innaturale, brulicante di stelle.

Quell’isola che fluttua oltre il tempo si riempie dei nostri sogni e li protegge nelle sue insenature rocciose trasformandosi così, da luogo dell’ultimo approdo e del distacco definitivo, in punto di arrivo, tappa di una vita che deve continuare con quanto di bello e positivo ci può ancora essere.

Ecco allora emergere, in E poi ripartire, uno dei simboli pregnanti nell’iconografia di Palumbo: l’homo viator. Poeta, visionario, oracolo, questo personaggio si carica delle nostre esistenze e ci indica la direzione. Tra poco le sue braccia saranno aperte, le ali si stenderanno e spiccherà il volo verso un cielo azzurro, limpido e senza nubi, staccandosi da quello scoglio, alla ricerca di un altro rifugio dove poter sostare, oltre le paure e il dolore. Una creatura che, in Fluttuante, emerge dalle nuvole di cui ha l’identico colore, come fosse fatta della loro stessa evanescente materia. Con la forza di quelle ali andrà come un nuovo Icaro sempre più su, sempre più lontano, cercando di raggiungere un oltre di serena bellezza e armonia.

L’artista allontana gli aspetti lugubri e angoscianti della visione romantica di Bocklin, inserisce le sue isole in contesti che ne sottolineano la positività, tramuta quel mondo di ombre, attraverso la vitalità dei colori, in immagini luminose. Non troviamo acque tempestose e navi in balia degli elementi, i suoi mari sono tranquilli o con la superficie leggermente increspata, la calma bonaccia ne cristallizza il colore.

Il viaggio diviene ricerca della pace interiore, la navigazione anelito alla speranza.

 

Secondo un’antica tradizione allegorica, che dall’Egitto attraverso la cultura greca è giunta fino al pensiero cristiano e all’arte sepolcrale, il tragitto per mare è metafora della vita e simbolo della fragilità del destino. Il Romanticismo aveva adattato l’immagine della navigatio vitae al sentimento tragico della precarietà dell’esistenza umana e al dramma della soggettività.

Al contrario l’isola di Ciro Palumbo rappresenta nel percorso della vita, come diceva Pascal, l’agognata apparizione dello spazio finito che ristabilisce la relazione con il limite e consente di contemplare l’infinito, allontanandone in parte la paura. Rifugio quindi dal caos dell’esistenza e richiamo al recupero dell’identità.

E così, in Vagando, l’approdo diviene uno scosceso monolite roccioso dalla cui cima l’occhio si perde guardando, all’orizzonte, la linea di contatto tra l’azzurro del cielo e il blu profondo del mare. Un luogo inespugnabile e pacificante dove solo una piccola barca che sa volare può condurci, non ci sono naviganti al suo interno ma unicamente due tele bianche.

Ecco allora svelato il segreto. La chiave d’accesso è dunque l’arte, il suo potere magico, la capacità di produrre incanto e meraviglia, di indicare percorsi di conoscenza e spazi di fantasia. Le tele ricorrono nei quadri di Palumbo, dentro uno scafo ligneo o trasportate dalle onde, intatte a indicare l’inizio del percorso creativo o fasciate per sottolineare la fatica di mettersi in relazione con un supporto finito, dove far entrare il proprio mondo.

Sono opere che catturano il nostro sguardo, lo seducono con la forza delle immagini e dei colori, ci sfidano a penetrare quella realtà per comprendere il mistero. Non abbiamo scelta di fronte a loro, dobbiamo lasciarci andare, varcare la porta che introduce a un mondo visionario e surreale, sospeso tra metafisica e classicità.

Dobbiamo oltrepassare il limite dell’ombra per poter vedere la luce.

 

 

Dall’archetipo dell’isola alla mitologia l’artista incontra Ulisse, il viaggiatore per definizione, insaziabile esploratore, avventuriero senza tregua, esule alla perenne ricerca di asilo e di pace.

In Sognando Itaca la barca su cui giace disteso l’homo viator ha messo le ali e lo trasporta, volando sul mare, verso un isolotto che si materializza nel cielo, sopra di lui, con i cipressi sulla cima a circondare un arcaico tempietto in antis. Ma forse quello scoglio, accompagnato da pietre che si librano senza peso nell’atmosfera rarefatta, è presente soltanto nel sogno di una creatura che dell’uomo ha unicamente le fattezze.

Nelle ambientazioni di Palumbo, dove tutto è immobilizzato da una visione ideale, dove regnano sospensione temporale e dimensione onirica, non possono abitare uomini, esseri viventi mobili e transitori. Quei paesaggi diventano i luoghi deputati alla dimora di dei, semidei ed eroi, figure silenziose scolpite nel marmo idealizzante che ci parlano di miti lontani o che si trasformano in perfette macchine anatomiche dal sapore pop.

L’Ulisse di Sognando Itaca è l’eroe omerico che, spinto dalla sua insaziabile brama di frugare in ogni angolo della terra, ha affrontato pericoli e sciagure giocando con la morte ma che, tra un’avventura e l’altra, è assalito dall’acuta nostalgia della sua patria lontana e sogna il riposo dopo un lungo vagare.

Ciro Palumbo lo segue nella trasformazione in figura tragica del personaggio dantesco.

Se l’Ulisse omerico dopo tante peripezie torna nel suo tranquillo rifugio, l’Ulisse di Dante scaglia la sua anima in un’impresa suprema e disperata. La vita per lui è un mistero da svelare, uno sforzo titanico per superare le barriere che si oppongono alla sua sete di comprenderne la molteplicità. Eccolo allora, all’estremo confine della terra abitata, guardare desideroso al di là delle Colonne d’Ercole, verso remoti lidi, oltre il termine ultimo del mondo conosciuto. Davanti agli occhi l’immensa distesa inesplorata dell’oceano e, dentro di lui, la sconfinata bramosia di sapere.

Il dipinto Seguir virtute e conoscenza, attraverso i meccanismi associativi artistici, mitologici e letterari che caratterizzano il linguaggio espressivo di Palumbo, allude alla tragica follia del personaggio dantesco che nasce dall’esasperazione di un bisogno insito nella natura umana, insofferente ai limiti. Da qui le sublimi parole che l’eroe rivolge ai suoi compagni per convincerli a seguirlo nella nuova impresa: Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti.

Una sfida per la conoscenza, la volontà di nuove esperienze, un sogno di avventura a cui non può che seguire il folle volo verso l’ignoto.

È quell’ansia inesausta del navigatore antico che si riflette nei versi di Umberto Saba nella lirica Ulisse.

… Oggi il mio regno

è quella terra di nessuno. Il porto 

accende ad altri i suoi lumi; me al largo

sospinge ancora il non domato spirito,

e della vita il doloroso amore.

Il poeta, sensibile alla psicoanalisi come strumento di interpretazione dell’arte, trova nell’universale personaggio dell’eroe omerico il simbolo più idoneo a rappresentare la polarità dialettica della sua esistenza, sempre in bilico tra inquieto spirito errabondo e amore per la vita.

Credo che anche Ciro Palumbo nella figura di Ulisse adombri se stesso, la sua stessa storia.

Una storia non conclusa, incapace di placarsi in un approdo definitivo, protesa verso un’avventura senza fine, alla ricerca del significato più vero dell’esistenza. Il mare allora diventa, nell’immaginario dell’artista, emblema della ricerca della libertà e la barca metafora dell’arte come conoscenza.

 

La Divina Commedia, straordinario capolavoro dell’ingegno umano, è stata fonte di ispirazione nei secoli per gli artisti che dal Medioevo al Rinascimento, dal Neoclassicismo al Romanticismo si sono confrontati con la sua potenza visiva. Nel Novecento i suoi personaggi si trasformano in simbolo delle inquietudini dell’uomo contemporaneo alla ricerca della propria identità e Ulisse diviene allegoria di audacia, libertà e sete di conoscenza. La sua storia, dopo essere stata fissata da Omero e ripresa da Dante, si è infatti prestata a tutta una serie di esemplari rielaborazioni poetiche da Foscolo a Pascoli, da d’Annunzio a Gozzano a Ungaretti. Quella narrazione resta un archetipo significante nella moderna cultura occidentale seppur svuotata dei contenuti mitici o del fascino del racconto favoloso.

Nell’ambito delle avanguardie artistiche del Novecento, alla base del lessico espressivo di Ciro Palumbo, incontriamo la libera interpretazione della figura di Ulisse proposta da Alberto Savinio in Ulisse e Lucifero (1929), la parodia che del mito fa Giorgio de Chirico nel Ritorno di Ulisse (1968) e, passando dalla Metafisica al Surrealismo, le famose tavole realizzate da Salvador Dalì che, con le sue visioni oniriche, trasforma le scene dantesche in chiave psicanalitica. È sicuramente alla lezione di questi artisti che guarda l’immaginazione di Palumbo, a quelle atmosfere, a quei simbolismi, a quel modo di concepire la classicità.

La modernità visionaria di Dante, la capacità di evocare con i suoi versi immagini plastiche che rimangono impresse nella mente, l’inesauribile presenza di allegorie dalla forte valenza espressiva diventano motivi di suggestione anche per la creatività dell’artista torinese nel suo ultimo ciclo pittorico.

Ecco allora il poeta, nei panni di un vecchio saggio o di un Mago Merlino dalla lunga barba bianca, andare sicuro dentro una barchetta in balia delle onde oppure sollevata sopra l’acqua, come in un gioco di equilibrismo, da due esili remi che paiono trampoli. Appare piccolo al cospetto di un imponente busto classico che, severo, lo fronteggia con le accentuate dimensioni e la forza della sua storia. Dietro quella testa marmorea arde con vigore il fuoco, riferimento ad un processo di purificazione e rigenerazione, presenza costante nel paesaggio infernale come immagine di eterna dannazione, dalle tombe ardenti alla pioggia di falde infuocate fino alla fiamma avvampante che avvolge Ulisse nel Canto XXVI dell’Inferno. È li che Dante lo incontra, nella Bolgia dei fraudolenti, quando si avvicina alla lingua di fuoco che lo contiene e la cui punta si scuote come colpita dal vento e inizia a parlare, narrando la sua ultima tragica avventura da esploratore.

Il Sommo Poeta condivide con Ulisse l’ardore a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore e come lui era stato costretto a peregrinare di luogo in luogo, in un infinito esilio.

Forse anche per questo Palumbo lo immagina così, ritto su una barca che solca l’oceano sconfinato e misterioso, mentre va senza esitazione incontro al suo destino, legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco.

La Commedia infatti è prima di tutto la storia di un viaggio e, come l’eroe omerico, anche Dante nel suo fatale andare attraverso i regni d’oltretomba incontra mostri terribili e demoni, arpie e minotauri. Simboli del male, di morte e di peccato che si materializzano dietro a lui in Come un passaggio al buio. Ma il percorso prosegue sotto la protezione degli occhi dipinti sulla prua, occhi magici come quelli delle imbarcazioni fenicie e greche che solcavano il Mediterraneo, occhi apotropaici che difendevano il navigante dalla malasorte, scongiuravano la tempesta, permettevano di vedere le insidie e propiziavano la pesca. Il viaggio deve continuare e una nuova realtà può essere svelata attraverso quelle ali che permettono di entrare nella dimensione visionaria dell’artista. E allora, dietro una piccola finestrella tra le assi dello scafo, possiamo anche scorgere il firmamento, aspirazione alla luce, indizio di speranza.

In Seguo una stella il viaggio si presenta difficile, impedito da rocce che ostacolano il cammino e dalle tenebre di un bosco intricato ma il giovane nocchiero prosegue senza esitazione, seguendo quel bagliore. Sarà libero se andrà nella direzione del segnale luminoso, proiettato verso il cielo notturno puntellato di astri come lo scoglio, fasciato da un drappo bianco, in A riveder le stelle.

Un silenzio siderale accompagna l’itinerario verso mondi lontani dove dominano armonia e perfezione.

 

La selva e le stelle, l’inicipit dell’universo simbolico, dottrinale e narrativo del Poema e la fine dell’Inferno. Un itinerario che dagli abissi delle tenebre di una notte senza fine, attraverso le lacrime dell’espiazione purificatrice porta, di gradino in gradino, fino alla fonte della luce e della bellezza eterna. Il cielo allora, riferito ad un concetto di assoluto come il cosmo, può accendersi di rosso, colore che non allude al sangue, alla guerra, al dolore ma è simbolo di amore o riferimento ai fuochi che gli antichi accendevano sulla riva per indicare la via ai naviganti.

Il topos dantesco della barca è metafora di un percorso di esperienza poetica, di conoscenza, di salvezza ed è con questo pregnante significato che compare ripetutamente nell’iconografia di Palumbo.

In Decollare oltre il cielo delle nostre prigioni ospita al suo interno un albero, antico simbolo di vita, che allunga i rami spogli verso una nostalgica figura femminile, morbidamente distesa come una Venere di Tiziano dallo strano tatuaggio o un’odalisca di Ingres con il capo avvolto in un turbante azzurro. È un corpo che ha abbandonato le fattezze marmoree di dei ed eroi per assumere la consistenza delicata della carne e della pelle, una vitalità fatta di emozioni e respiro, di sguardi e movimenti.

 

Nella sua ultima produzione, insieme alle figure, appare cambiato anche il linguaggio espressivo dell’artista, pur nella cifra stilistica che lo rende assolutamente personale e nella sua immediata riconoscibilità. Alla stesura precisa del colore, intenso e senza sbavature, mentale e simbolico, subentra la direzionalità della pennellata che asseconda il gesto creativo lasciando spazio, a tratti, allo sgocciolamento della materia pittorica. Dalla massima definizione dell’immagine alla sua impercettibile sfocatura, dalle campiture uniformi alla gestualità di certi sfondi i lavori di Palumbo esprimono sempre l’equilibrio di una risolta tensione dialettica.

Ciò che rimane fortemente attrattivo nella sua pittura complessa, colta, stratificata è la capacità di descrivere in modo analitico figure e particolari che coinvolgono per la varietà di possibili letture iconologiche e le inesauribili soluzioni visive. Ogni elemento, come tessera di un mosaico, è perfettamente inserito nel contesto di una geografia immaginaria, sospesa nel tempo della memoria. Ruderi, colonne, barche, palloni, balocchi, sculture offrono una pluralità di significati che solo un’osservazione attenta può svelare; sta ad ognuno di noi trovare il senso di quelle tracce e decodificarne i messaggi. Dobbiamo prima guardare i dipinti nella loro totalità, poi penetrare in quelle scenografie innaturali, nelle stanze dalle prospettive improbabili e dai colori accesi, farci trasportare dal movimento delle onde, dal fluttuare delle nubi e avvicinarci ai dettagli che si distribuiscono nella composizione interna. L’intimità ravvicinata con la pittura sollecita la fantasia e la scoperta del particolare diviene un momento privilegiato, cattura irresistibilmente lo sguardo, indica la dinamica di un percorso, desta il piacere dell’inatteso.

I sogni materializzati sulla tela dall’artista potranno appartenerci se lasciamo andare la razionalità e apriamo il cuore al desiderio e all’immaginazione. Cerchiamo quindi quelle immagini e quei simboli per spingerci nella dimensione del possibile, oltre i pregiudizi limitanti, oltre le certezze che ci tengono ancorati a terra. Nella curiosità è vivo il principio della speranza e sognare sarà allora entrare in un campo di energia dinamica e creatrice.

Così il viaggio di Ciro Palumbo, che procede verso nuovi approdi, potrà diventare anche il nostro.

Iscriviti alla nostra Newsletter



Informativa Privacy