“Nulla è perduto, nonostante l’oblio…” Nulla è perduto nella storia dell’arte, in quella dell’iconografia e nella narrazione simbolica. Nulla è perduto, nonostante le rimozioni, le dimenticanze o la mancanza di consapevolezza. Nulla è perduto di tutto l’armamentario di segni e simboli, che abbiamo messo in campo nella nostra storia, al fine di porre ordine nel caos del reale e di cui abbiamo sempre e nuovamente bisogno per trovare senso e significato alla nostra presenza nel mondo, per dare senso e significato alla nostra fragile condizione umana, padroneggiando l’ambiente per dare forma a un mondo pensabile ed abitabile.
La presenza dell’uomo nel mondo è attività vincolata a un bisogno di messa in forma dello spazio e del sé, finalizzata a portare ordine nel caos del profluvio di stimoli e pulsioni, cui l’umano è soggetto. L’estetico è sempre stato uno dei vettori privilegiati di questa attività cosmopoietica, che ha assunto le forme dei linguaggi storici dell’arte e dell’armamentario di segni, forme, lemmi e figure, con cui gli umani hanno raccontato nella loro storia il loro continuo viaggio nelle profondità del reale e dello spirito. Se dal punto di vista antropologico, nulla è perduto delle forme simboliche, che gli umani hanno usato e dalle quali sono stati agiti e parlati, spesso gli artisti hanno ceduto alla dimenticanza, pensando erroneamente che alcuni linguaggi e lemmi fossero superati, rimuovendo l’universalità archetipica delle grammatiche e della sintassi del simbolico e dell’estetico.
Alcuni artisti, non tutti.
Ciro Palumbo è uno dei pochi che ha tentato e tenta strenuamente di combattere l’oblio, recuperando il vocabolario e le forme che hanno dato vita al deposito inesauribile di senso e significato che coincide con il nostro immaginario collettivo e individuale.
Tutto ciò è evidente quando ci si accosta alla sua pittura, innervata di una rêverie classicista e di un’atmosfera metafisica e surrealista, che connotano la sua immaginazione visiva e la sua immaginazione rappresentativa, capaci di unire iconografie inedite a forme e figure d’immediata riconoscibilità. Il suo stile e la sua poetica poggiano su solidi riferimenti novecenteschi, che vedono l’integrazione tra la metafisica di Giorgio de Chirico, il surrealismo e il futurismo, rivalutando la dimensione estetica e poetica, e non politica, di quel “ritorno all’ordine” di cui Mario Sironi è stato un campione impareggiabile.
Palumbo deve evidentemente molto alla dimensione figurativa della Metafisica di Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, che lui reinventa con un’interpretazione personale, enfatizzando la contemplazione della spazialità, da cui emerge in modo palese o indiretto una dimensione antropologica fatta di segni e forme oniriche allusive a una dimensione archetipale. Ma questi non sono gli unici riferimenti della sua poetica. Vi è, infatti, nella sua pittura un forte “citazionismo”, che lo accomuna ad artisti come Stefano Di Stasio, e che lo porta a “citare”, appunto, una rete di riferimenti colti all’arte del passato, rifiutando la cancellazione dell’eredità simbolica della tradizione, lo sperimentalismo e il concettualismo fine a se stesso.
In questo suo percorso uno dei riferimenti ineludibili è stato Mario Sironi: artista con il quale ha aperto un dialogo costante e ininterrotto, che oggi vediamo messo in mostra. Entrambi gli artisti sono, infatti, interessati a indagare la spazialità antropica dei paesaggi urbani, reali o immaginari, in cui prende forma una dimensione sospesa e malinconica dell’esistenza, determinata dall’incapacità di rendere ragione completamente e definitivamente della presenza umana nel mondo. Tutti e due indagano l’inafferrabile fluire del tempo, la solitudine e la precarietà collettiva e individuale, generata dall’incapacità di dare definito e definitivo senso e significato alle azioni e alla condizione umana, e provano a portare a rappresentazione questa dimensione di sospensione emotiva e spirituale che caratterizza la vita singola e associata.
Entrambi lo fanno con “spirito geometrico”, affinando in modo sapiente la rappresentazione della prospettiva, organizzatrice dello spazio fisico e metafisico, traslando i codici dell’architettura in pittura, al fine di dare conto di una certa finitezza del reale, che necessita di rappresentazione onirica e immaginifica per dare forma a quel senso di trascendenza che si sedimenta ai margini del reale. Se Sironi indaga le periferie e i paesaggi urbani di una società industrializzata di fredda desolazione, atmosfere cupe e spazi periferici deserti, all’insegna di un’amara e angosciata riflessione sul tema della civiltà industriale e sul dispiegamento della tecnica, Palumbo è più interessato, invece, a indagare una spazialità antropica e spirituale che parla della dimensione archetipale e antropologica. Queste visioni, in qualche modo, contrapposte e complementari, dando vita a un dialogo che prende forma nello spazio dell’allestimento espositivo, facendo interagire il carattere aristocratico dal duro arcaismo preclassico e dal rigore formale di Sironi con l’ironica figurazione surreale e giocosa di Palumbo.
Entrambi i paesaggi urbani, reali o immaginari, usano la prospettiva come un artificio che crea l'illusione dello spazio attraverso la combinazione di rapporti di proporzioni, forme geometriche e riferimenti minimali al costruito e alla presenza umana, creando un’impressione di sospensione, che interpella il fruitore portandolo a interrogarsi su questioni di natura esistenziale e metafisica. I paesaggi urbani di Sironi, caratterizzati da linee rette e composizioni equilibrate dalle geometrie perfette e dalla monumentalità che genera senso di desolazione e solitudine, si contrappongono e dialogano in mostra a paesaggi onirici, in cui le costruzioni isolate e solitarie si alternano a circhi, figure geometriche e umane ed elementi ludici. Nelle opere di entrambi, il senso del silenzio regna come elemento organizzatore della percezione e della fruizione con risultati differenti e complementari: da una parte, le composizioni di Sironi generano inquietudine e smarrimento esistenziale; all’altra, quelle di Palumbo danno forma a un immaginario alternativo dal carattere allusivo, che apre a una qualche forma di trascendenza in cui la dimensione ludica si pone come forme di ironia verso la finitudine e l’impermanenza della condizione umana.
La mostra mette così in scena un confronto tra opposte polarità emotive ed esistenziali che caratterizzano il nostro attraversamento del tempo e dello spazio in un mondo in rapida trasformazione, facendo riferimento alle strutture elementari della nostra dimensione antropologica in continua tensione tra il senso del finito e l’ironia, che accompagna il tentativo di rendere ragione della finitudine dell’umano. Lo spazio urbano e quello immaginario si alternano in un percorso narrativo fatto di allusioni e riferimenti, citazioni e riappropriazioni simboliche, finalizzati a restituire la pluralità delle forme del nostro vivere all’interno di relazioni spaziali e temporali fatte di forme e significati archetipali.
Emerge evidente, in questo confronto, che Palumbo è mosso da una riflessione che tenta di coniugare in metafore pittoriche la transitorietà del tempo e la profondità dello spazio, dando vita a rappresentazioni immaginifiche, che tengono assieme memoria e materiale iconografico, tratto dalla nostra storia culturale e dal nostro immaginario collettivo, al fine di recuperare la tradizione rammemorando tutto ciò che sembra essere andato perduto.
Questa ricerca, caratterizzata da un continuo approfondimento del gesto pittorico e dal dialogo costante con la poesia, la letteratura, la filosofia, il mito e la storia dell’arte, prende le forme di un inesauribile tentativo di rendere ragione dell’umano e della sua forza creativa, indagando le possibilità di dare forma a un’alternativa spirituale alla finitudine e al senso di angoscia dell’umano.
Alla fine rimane il tentativo estremo di ricordare che “nulla è perduto, nonostante l’oblio…”.
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