“Lettore mio, che non hai nulla di meglio da fare, senza che io te lo giuri puoi credermi che questo libro, come figlio dell’intelletto, avrei voluto che fosse il più bello, il più robusto e il più intelligente che si potesse immaginare”. (Don Chisciotte della Mancia, Prologo)
Questa narrazione non illustra la saga di Don Chisciotte accompagnandolo nelle sue molte prove mai risolte, se non con la morte dell’eroe/antieroe. Davanti agli occhi dell’osservatore sciorina semmai un duplice registro, sotto traccia quello della Storia (che nel romanzo gira in tondo a volte [s]perdendosi); in evidenza quello di una sana follia che accomuna molti di noi, chi più chi meno. E questo accade con l’introduzione di elementi simbolici trasfigurati, ricorrenti nell’opera di Palumbo, a corroborare l’idea che il protagonista sia una figura eterna, disponibile a reincarnarsi in qualunque tempo, in qualunque mondo.
L’artista di origini napoletane, nato a Zurigo e cresciuto a Torino, invita dunque a una decifrazione accreditabile al contemporaneo del capolavoro di Cervantes. (Prologo)
Da un lato c’è l’inquietudine di un cavaliere armato solo dell’illusione di riuscire a trasformare la realtà in sogno, quando la sorte ingrata di Sancio impone allo scudiero di alimentare la certezza del quotidiano, quella pacata corrosiva inerzia che alla fine sconfigge la purezza della follia. Il loro continuo scambio di esperienze, quasi un travaso di pensieri tra i due protagonisti, induce nello svolgersi del romanzo dubbi, abitudini mentali, corroboranti speranze e ancora paure, o catastrofici dilemmi che trascorrono dall’uno all’altro in un gioco di rimandi senza soluzione di continuità.
Dall’altro c’è la tensione emotiva, lo sforzo di un pittore-scultore che si cimenta nell’impresa di riuscire a combinare i temi dell’opera di Cervantes con gli elementi fondamentali di cui sono intessuti i cicli pittorici che hanno scandito il suo percorso artistico. Non dunque rilettura o illustrazione ma una analisi comparata, a distanza di secoli, per verificare quanto di quella Storia sia ancora coniugabile con il presente e accertare se lo sguardo contemporaneo verso se stessi e verso il cielo fosse già in nuce nel lavoro del grande spagnolo.
Aggiungo che il poeta naturale e spontaneo che si aiuta coll’arte sarà migliore e superiore a colui che, soltanto perché conosce l’arte, vuol essere poeta. E la ragione è questa: che l’arte non può superar la natura, ma soltanto perfezionarla, e quindi soltanto dall’unione dell’arte con la natura e della natura con l’arte può uscire un perfetto poeta. (Don Chisciotte della Mancia, Tomo 2: Capitolo XVI)
Il Don Chisciotte è un’opera monumentale nella quale i personaggi sfuggono persino al loro autore, fatto che li espone a una imprecisabile congerie di interpretazioni.
Il medesimo accade all’indagine immersiva condotta per realizzare questo gruppo di opere che hanno determinato Palumbo a una lotta furibonda contro il tempo, generando il bisogno di fermare su carta o tela o nel gesso le idee affollate nel cuore e nelle mani.
Di fronte a uno dei classici della cultura mondiale il nostro artista si lascia sorprendere e catturare dalla curiosità e dalla magia del narrato; così la materia poetica conquista una propria identità tracimando dai percorsi metodologici preferenziali già collaudati. Nel decifrare i mille rivoli in cui si dispiegano le vicende dell’hidalgo, Palumbo affronta i contenuti di ogni tela disegno preparatorio scultura lasciando molte più variabili alla passione e alla sorte di quanto non gli sia mai accaduto in precedenza. E scoprendo nel fare arte un nuovo linguaggio che non modifica né la sua tavolozza né i suoi archetipi, ma conferisce a questo corpus di opere la volontà di confrontarsi con l’altro, capirne a fondo l’anima per diventare in certa misura “quel” cavaliere.
Il modo di esprimersi di Don Chisciotte dice di un personaggio colto e articolato che vive spera duella e sogna dentro una sintassi precisa e pulitissima, riuscendo a mantenersi elegante in qualunque situazione; Palumbo a sua volta piega i propri codici espressivi a quella figura malinconica e preromantica regalandole persino soddisfazioni inattese. Come il fidato Ronzinante che addirittura acquisisce l’aspetto di un animale superbo in grado persino di volare. Imboccata la strada di questo dialogo serrato, bisognerà quindi verificarne la tenuta.
Cominciamo dai Libri.
Don Alonso Quijano, hidalgo originario della Mancia, è un instancabile divoratore di romanzi cavallereschi. Purtroppo la sua devozione per tali episodi è talmente intensa da impedirgli a un certo punto di distinguere la realtà dalla propria elaborazione fantastica. Così un bel giorno inizia a immergersi nel ruolo di cavaliere idealista (e idealizzabile dal lettore). Per iniziare le pratiche della cavalleria gli serviranno alcuni strumenti irrinunciabili. Un’armatura, un cavallo, uno scudiero, una nobildonna da servire, un re che creda in lui. Approvvigionato di tutto quel che occorre, inizia le sue avventure montando Ronzinante, destriero male in arnese che comunque resisterà a molti oltraggi. Lo accompagnerà nelle lande della Sierra Morena un aiutante pedestre ma furbo, Sancio Panza. Quanto all’amata, la contadina Aldonza Lorenzo, lei verrà consacrata Dulcinea del Toboso. Il protagonista, assunto il titolo di Don Chisciotte della Mancia, affronterà le imprese e i pericoli che la reinvenzione del vero gli porrà davanti.
Siamo in un libro che parla di libri. Di rientro da una delle sue scorribande andate male Don Chisciotte cade in un sonno tempestoso. La sua ormai conclamata follia viene imputata da chi lo conosce proprio ai libri della poderosa biblioteca, di cui la nipote detiene le chiavi, contenente in mezzo a centinaia di altri volumi i tomi colpevoli, su tutti I quattro libri di Amadigi di Gaula, al tempo il più popolare dei romanzi cavallereschi. Il colto barbiere, Maestro Nicolò, e l’accorto curato che dell’hidalgo si occupano alla bisogna, approfittano dell’occasione per distruggere quei dannati maleducatissimi responsabili della malattia dell’amico e, già che ci sono, insieme a quelli molti altri innocenti prodotti dell’intelligenza umana.
“Uno dei rimedi che per il momento il barbiere e il curato proposero per il male del nostro amico, fu di murargli e di chiudergli la stanza dove teneva i libri, di modo che, alzandosi, non li trovasse più (così eliminando la causa avrebbe potuto cessare l’effetto); e gli dovevano dire che un incantatore s’era portato via tutto, stanza compresa. E così fu fatto sollecitamente. Di lì a due giorni don Chisciotte si alzò e la prima cosa che fece fu di andare a vedere i suoi libri, e non trovando più la stanza dove l’aveva lasciata, l’andava cercando di qua e di là. Giunto dove soleva esserci la porta, toccava con le mani, poi girava e rigirava gli occhi per ogni dove, senza dir parola; ma alla fine, dopo un bel po’ di tempo, domandò alla governante da che parte stava la stanza dei libri.” (Don Chisciotte della Mancia, Tomo 1: Capitolo 7)
Nel caso di Palumbo, i libri rappresentano uno dei segni più potenti nelle sue esplorazioni immaginifiche. Quasi sempre chiusi come scrigni di saggezza, occhieggiano appoggiati su un davanzale di marmo mentre dalla copertina spessa si libra un’ala. D’angelo o di idee. Penso a La conoscenza, un lavoro su carta del 2020 dove in primo piano un volume rosso, al centro della balaustra di una terrazza affacciata sul mare, lascia che i suoi contenuti prendano il volo. C’è pace nel paesaggio di fronte, ritmato da alberi cedui, e un’atmosfera rinascimentale. Per studiare e approfondire servono calma e serenità. Sostituite da inquietudine e attesa nell’olio Tornerà primavera. Di nuovo una copertina rossa, una quinta di sostegno, un’unica ala che porterà lontano le parole. Ma l’albero in secondo piano è spoglio, contro un cielo foriero di freddo. Dalle pagine fuoriesce un appunto, un foglietto che raccomanda la necessità di leggere ancora e ancora.
Siamo in una mostra che parla anche di libri. Dopo il rogo del quale dice Cervantes, documentato nell’opera Effera Dido, dove il piano d’appoggio si trasforma in una pira fiammeggiante e l’occhio spalancato su un volume aperto potrà testimoniare ai posteri l’accaduto, l’immensa biblioteca dell’hidalgo sopravvive racchiusa nel suo cervello. Ha pareti vinaccia e i tomi di carta consumati riempiono quasi per intero lo spazio disponibile (Scrigni di saggezza). E ce ne sono altri, in salvo nella memoria, come quelli disposti su una candida tovaglia apparecchiata sopra un tavolo all’aperto. Sono volumi di valore, rilegati con pellame prezioso. Ma dietro di loro si innalzano rocce incombenti e cipressi simbolo della fine, l’ignoranza che impedisce alla cultura di propagarsi (Libri parlanti). Invece chiusissimi, impossibilitati ormai a insegnare alcunché appaiono quei quattro libruzzi impilati accanto a una Dulcinea tutt’altro che dolce, la quale sfida l’osservatore con sguardo diretto e senza appello. In disparte, seduto su una pietra, sta Don Chisciotte malandato e ferito. Poco distante un alberello vigila sulle sue disperazioni, mentre il solito mulino gli rotea intorno come un insetto gigante (L’amata appare). Finirà questo dolore alla testa, potrò superare la necessità sempre disattesa d’essere amato? Vincerò mai una battaglia e, a proposito, dov’è finito il mio destriero?
Quando un ronzino impara a volare.
Domanda sensata. Dov’è andato a cacciarsi Ronzinante? E cosa starà facendo?
In un’atmosfera iperuranica, sotto un cielo leggero di paesaggio marino, Ronzinante si dedica allo studio. Palumbo fa volare davanti al muso dell’animale un libro aperto e lui, che ha visto quanto interesse e quale amore suscitino i romanzi nell’animo del suo padrone, comincia a leggere (Sarò come Bucefalo). Come poi sia arrivato lassù è tutta un’altra faccenda.
Andò poi a guardare il suo ronzino, e benché avesse più crepature agli zoccoli e più acciacchi del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli parve che non gli si potesse comparare neanche il Bucefalo di Alessandro o il Babieca del Cid. Passò quattro giorni ad almanaccare che nome dovesse dargli; perché (come egli diceva a se stesso) non era giusto che il cavallo di un cavaliere così illustre, ed esso stesso così dotato di intrinseco valore, non avesse un nome famoso; perciò, ne cercava uno che lasciasse intendere ciò che era stato prima di appartenere a cavaliere errante, e quello che era adesso; ed era logico, del resto, che mutando di condizione il padrone, mutasse il nome anche lui, e ne acquistasse uno famoso e sonante, più consono al nuovo ordine e al nuovo esercizio che ormai professava; così, dopo infiniti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, nome, a parer suo, alto, sonoro e significativo di ciò che era stato, ante, quando era ronzino, e quello che era ora, primo ed innante a ogni altro ronzino al mondo. (Don Chisciotte della Mancia, Tomo 1: Capitolo 1)
Ronzinante non avrebbe avuto vita facile. Nel tempo della sua giovinezza, prima che Alonso Quijano desse di matto e smettesse di occuparsi dei propri averi, lui compreso, mangiava bene e cresceva asciutto ma forte. Una volta adulto e assunto suo malgrado il nome di Ronzinante, spesso ci si dimenticava di nutrirlo, o cibo non ce n’era abbastanza, perciò iniziò a dimagrire e in breve sarebbe diventato poco più che pelle e ossa. Tuttavia, nonostante tutti i dispiaceri e le vicissitudini che il suo cavaliere gli imponeva, non l’avrebbe mai abbandonato perché in fondo era poi una brava persona, strana eppure piena di ottimi propositi.
Di qui la fedeltà e la smisurata dedizione a Don Chisciotte che fanno di Ronzinante, almeno nell’anima, uno strabiliante incrocio tra Bucefalo e Babieca.
Dal mantello bianco, come si narra avesse il destriero indomito del Cid, e disposto a cavalcare per mondi sconosciuti, come accadde al focoso Bucefalo di Alessandro, Palumbo fa di Ronzinante un purosangue.
Il lavoro di questo artista mai pago delle proprie ricerche culturali è stato fin dagli inizi denso di significati simbolici e composto di intelligenti rimandi che inducono l’osservatore a un approccio colto, benché non obbligato né necessario. Uno degli aspetti fondamentali delle sue architetture pittoriche è costituito dalla metamorfosi non tanto fisica, come quella “uomo-animale”, quanto psicologica. E l’opera di Cervantes, così fruibile eppure irta di indagini stratificate sulle nostre possibilità percettive e introspettive, ha permesso al Nostro di ribaltare o addirittura sradicare alcuni dei soggetti ciclici di tutta la sua produzione, per esempio il cavallo. Se in dipinti come La caduta o Captivum (Prigioniero) il magnifico animale porta addosso i segni di un passato aureo e più che fatto di carne e ossa si direbbe estratto dal marmo o fabbricato con terracotta micenèa, a Ronzinante l’artista impone la capacità di pensare. Dunque ha sentimenti, opzioni di scelta, impulsi. Pur di andare in soccorso del proprio cavaliere assume ruoli e compie azioni adeguate alla circostanza. Se ci sono da affrontare mulini a vento schierati in assetto di guerra dietro una palizzata, Ronzinante diventa un cavallo di Troia e Palumbo, che mai rinuncerebbe al piacere del gioco, sostituisce gli zoccoli con dei dondoli (L’astuto Ronzinante). Quando bisogna attraversare un tratto di mare ma Don Chisciotte ha la testa persa nei propri pensieri, il quadrupede si trasforma in barca e lo porterà a riva trainando un guscio da pesca pieno di balocchi (Portami ovunque). E nel caso in cui sia necessario vedere lontano per studiare da che parte sia meglio andare all’attacco, però il suo cavaliere abbia gli occhi bendati, il fedele destriero balza su una roccia piatta e da lì studia il percorso migliore e il momento più vantaggioso (Siam tutt’uno). Ma soprattutto, prima che ogni sogno sia andato perduto, per trarre in salvo il suo amico ormai senza testa, Ronzinante impara a volare e lo conduce sulla montagna più alta della Terra a respirare aria pulita dentro un cielo avvampante di stelle e una Luna grande ma così grande da poterla toccare (L’amata).
Di Luna e di Stelle.
Si fece poi notte del tutto, ma la luna mandava così gran luce, da poter quasi gareggiare coll'astro che gliela prestava; di modo che ciascuno vedeva benissimo tutto ciò che il novello cavaliere faceva. (Don Chisciotte della Mancia, Tomo 1: Capitolo 2)
Don Chisciotte nutre per la Luna e per il Cielo che la contiene una sincera devozione.
In numerosi luoghi del romanzo la osserva, l’ammira, ne trae conforto, ne parla al suo scudiero esibendo nozioni di tutto rispetto, considerata l’epoca in cui si è trovato a vivere.
Il satellite della Terra era stato, fin dalla metà del XVI secolo, oggetto di studi rivoluzionari e accese discussioni.
L’inesausta ricerca intorno alla pluralità dei mondi ha generato nel corso del tempo speculazioni filosofiche e scientifiche spesso così distanti tra loro da sfociare in reazioni violentissime; basti pensare a Giordano Bruno, giustiziato il 17 Febbraio del 1600 per avere osato opporsi alle certezze cosmologiche della Chiesa romana. Tuttavia l’antinomia tra capacità visive e letture del Cielo differenti, ha condotto ad affermazioni sempre meno falsificabili e ad assunzioni sempre più congruenti.
Cervantes pubblica la sua opera tra il 1605 e il 1615 proprio quando il dibattito scientifico che capovolse le certezze umane relative alla Terra e al suo posto nell’Universo diventava infuocato. In quel torno di anni, durante l’inverno del 1609 che le cronache del tempo dicono molto rigido, Galileo Galilei decideva di trascorrere “la maggior parte delle notti […] più al sereno et al discoperto, che in camera o al fuoco” per puntare il suo cannocchiale in direzione del Cielo; e con quel gesto spalancava l’era della Nuova Scienza.
Fu appunto il secolo della Scienza e Cervantes doveva avere captato l’air du temps. Il suo meraviglioso libro è infatti disseminato di osservazioni argute che fanno intuire quanto fosse attento allo sconvolgimento filosofico in atto. Se la Terra non è più il centro del mondo, ma un pianeta rotante intorno al Sole, l’essere umano per conseguenza non risulta più l’eletto da Dio a propria immagine e somiglianza, semmai è ridotto a uno dei tanti abitatori del mondo.
Una dichiarazione e una provocazione dirompenti.
(…) Dicevano specialmente che possedesse la scienza delle stelle, e di ciò che fanno colassù in cielo il sole e la luna, perché ne prediceva puntualmente le crisi - Eclissi si chiama, e non crisi, l’oscurarsi di questi due Lumi maggiori - disse don Chisciotte. (Don Chisciotte della Mancia, Tomo 1: Capitolo 12)
L’astronomia è la più democratica delle scienze, non scarta nessuna ipotesi. Si nutre del problema di dare un nome alle cose, pone domande, trova le relative risposte e daccapo affronta le nuove domande che da quelle risposte sono derivate. Oggi dobbiamo la modernità dei Cieli al cambiamento di un pensiero. Dopo l’impresa di Galileo, per cui i fenomeni del Cosmo si possono spiegare grazie all’osservazione di uno spettatore abitante su una Terra in movimento, Newton scoprirà la gravitazione universale operando una sintesi tra la meccanica celeste e quella terrestre. Il filosofo nato a Woolsthorpe, nel Lincolnshire, aveva compreso che quella forza per cui i corpi cadono dall’alto verso il basso sul nostro pianeta, è la medesima che tiene in orbita quel che naviga e nuota nell’Universo.
Il suo genio ha cambiato per sempre la prospettiva con cui celebriamo il tempo della nostra vita. Sappiamo che la nozione di realtà è filtrata attraverso secoli di storia e di imprese scientifiche in continuo aggiornamento, ma cosa conosciamo davvero di noi stessi e della sostanza di cui siamo fatti? Quando si scompone la materia in parti sempre più piccole, alla sua radice si trovano delle relazioni matematiche. Eppure il mondo quale appare qui e ora è zeppo di colori e principi diversi, suoni e sentimenti, forme e pensieri. Un artista parte da lì.
Palumbo coltiva la Luna fin da ragazzo. L’ha dipinta centinaia di volte. Protettiva e solenne nei suoi Paesaggi impossibili, talvolta sta sospesa immensa, occupando gran parte del cielo mentre sotto di lei veleggiano isole con paesetti aggrappati alla roccia, barche che nessuno conduce, bufere di nuvole. Accade in Isola in volo; ma la bianca dea della notte può anche starsene seminascosta dalle fronde di cipressi conclusi in un castello di roccia (si guardi) Assenza oppure apparire quasi segreta in Memorie di Cosmo. In ogni caso silenziosa e vigile a controllare quel che accada sulla sua dirimpettaia, Madre Terra.
Satellite e sorella, dea della caccia e sovrana delle notti, collocata in uno spazio che da sempre dice come l’Universo sia in alto e tutt’intorno a noi, nel Luglio 2019 la Luna ha compiuto mezzo secolo di consapevolezza. 360anni dopo le osservazioni di Galilei, l’Apollo 11 è approdato nel Mare della Tranquillità e Armstrong, imprimendo la prima orma umana sulla Luna, ha inaugurato l’era della colonizzazione visiva e fisica della nostra Galassia.
Non sappiamo se lei se ne sia resa conto, ma certo quella ricorrenza è stata un’occasione per ripensare, con la calma della distanza temporale, al significato dell’essere arrivati fin lì, per incontrare la nostra vicina di casa alla quale Leopardi fa dire “Se io sono coltivata, io non me accorgo e le mie strade io non le veggo”.
Alla Luna amata dal poeta di Recanati e a uno dei suoi Canti più studiati, L’Infinito, Palumbo ha dedicato una strenua ricerca che lo ha tenuto sveglio per oltre due anni di esperimenti, fino ad approdare a nuove aperture nella propria maniera di dipingere. C’è una composizione breve e sontuosa nel volumetto ispirato a Leopardi che indugia tra romanticismo e action painting.
Il colore gocciola verso la base dell’opera mentre la mano si muove rapida e la materia si corruga. Rocce fatte d’argilla morbida si aprono su un fondale nero luccicante di stelle e Diana la cacciatrice osserva dall’alto. S’intitola Il cor non si spaura e in pochi centimetri di carta l’artista libera la tensione lirica accumulata, trasformandola in turbamento. Il gesto diventa azione spontanea e dice di una donna amata, dell’afflizione che ne consegue, di una notte sognata di cui si è sognato. Questo piccolo dipinto anticipa il Don Chisciotte sia nella libertà che nell’emozione, preannunciando una Dulcinea complessa e affascinante.
Ma tornando alla fanciulla che veleggia la notte sopra le nostre teste, Palumbo le assegna in favore di Don Chisciotte dei compiti precisi. Qui non si tratta più di prendersela comoda in cielo benedicendo amori appena nati, qui abbiamo un cavaliere distrutto dalle proprie fantasie e qualcuno dovrà pure occuparsene a dovere. Quelle di questo artista appassionato sono lune di mare. Riempiono lo spazio chiare e dense, emanano una luce interiore che calma gli spiriti accesi e tranquillizza i bambini prima di dormire. Vengono da lontano, da un mondo antico che dirigendo lo sguardo verso l’alto aveva molte domande da porre agli dei e poche risposte in cambio. E dunque il nostro cavaliere bendato per ogni dove, dopo l’ennesima battaglia persa, con quei libri che lo tormentano intorno al capo e mulini sbatacchianti sulle orecchie, ha almeno una via di fuga, partirsene per la Luna e senza dover fornire troppe spiegazioni, chiederle il conforto necessario (Solo il vento delle stelle mi bacerà). Ma forse una sola amica protettrice non basta e allora ecco Millelune, evidente omaggio a Van Gogh e alla sua iconica Notte Stellata, pronte a raccontare la nostra Galassia e a consolare non uno ma tutti i cavalieri incerottati del mondo.
Avrebbe apprezzato questo dipinto Maria Clara Eimmart (Norimberga, 1676 - 1707), una tra le prime donne a scegliere l’Astronomia come sguardo sul Mondo. Avendo un papà pittore, Georg Christoph, che sul terrazzo di casa teneva un prezioso telescopio, e dunque non molti anni dopo Galileo studiava il Cielo, la giovane Maria aveva imparato presto a fare le due cose, osservare e disegnare. Nei suoi preziosi pastelli su cartone azzurro alcuni dei quali conservati a Bologna, al Museo della Specola le fasi lunari si compiono in campo blu e raccontano il bisogno di guardare per capire, una pratica oggi quasi in disuso. L’intera serie di esplorazioni redatte da questa donna pioniera, morta molto giovane di parto, si chiama Micrographia stellarum phases lunae ultra 300 e consta dunque di oltre 300 micrografie delle stelle e dei movimenti lunari.
Di movimento e di stelle è fatta anche la ricerca di Palumbo che nei suoi lavori intensifica la presenza del Cosmo proprio per questa mostra partita da libri cavalli e armature per arrivare a un’indagine delicata e intima intorno all’animo umano.
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