Paolo Levi



Il ciclo della luna

Il ciclo della luna

Con questo ciclo dedicato al tema della Luna – una luna amorevole che si posa su luoghi antichi – Ciro Palumbo sembra dire addio per sempre  a quel maestro scomodo (e non solo per lui) che ha nome Giorgio de Chirico, che nel suo percorso d’artista egli ha sempre avvertito come colto riferimento; e se ha certamente superato le influenze di quel padre, ha tuttavia conservato nel suo animo la cultura classica, patrimonio che Giorgio de Chirico aveva ereditato a sua volta da Arnold Böcklin e da Max Klinger. Negli anni della sua formazione, Palumbo ha interrogato il maestro della pittura Metafisica, seguendone il percorso che lo ha condotto alla Grecia antica, agli dei dell’Olimpo, ai Titani, al mare di Omero, alle vestigia di architetture solenni e ormai silenziose, e conservandone i tratti fondamentali, ovvero quei simboli indispensabili che popolano il tempio dell’Arcano inconoscibile. Ha quindi rivisitato quel mondo arcaico con rimandi forse troppo generosi alla speculazione filosofica umanistica e scientifica, e persino all’astrologia.

 

In questo nuovo ciclo, dedicato alla Luna, il pittore di Torino dimostra di essere ben lontano da qualunque tentazione post romantica e decadente: al contrario il nostro candido satellite si cala sorridente dal cielo, materno e protettivo, in tutta la sua plasticità sferica, per un volo provvisorio e leggero tra l’archeologia della memoria. In composizioni come Dialoghi sotto la luna, L’uomo del futuro, Nelle notti, accade, appaiono intriganti costruzioni di poetica serenità, nell’atmosfera sospesa della ricerca metafisica, su cui sembrano aleggiare avvertimenti di qualcosa di nuovo che sta per accadere, e di altri simboli, oltre a quelli già palesi, che stanno per subentrare nello spazio e nel tempo impossibile della memoria onirica. Sono i sintomi rivelatori di un altrove misterioso e al contempo famigliare, anche presenti nella recente composizione Oltre il mistero, la luce che vorrei definire dipinto di profondità abitata, quella della nostra irrinunciabile libertà interiore, quando nel sogno si popola di immagini sfarzose, di desideri non esaudibili, che solo agli artisti talentuosi è dato di esprimere tramite il colore.

 

Questa galleria di quadri è una narrazione che non ha un inizio, e che non offre, perché non fa parte della sua filosofia, una conclusione. Ecco quindi che si ritorna al filosofo antico che si interroga, che si concede risposte provvisorie, che cerca laicamente di misurare il mondo con il metro della sua coscienza, sicuro solo di esistere in quanto essere pensante. In questa pittura di Palumbo si legge una sorta di codice morale, espresso in composizioni virtuose, e in un’archeologia mentale che si è sedimentata nella memoria collettiva, formando un calco espressivo ineludibile, dove tutto ritorna ciclicamente, dove tutto si ricrea e nulla si distrugge. Su tutto questo una luna piena sorride complice e protettiva, testimone della nostra storia, luminosa, volatile, governante benevola dello scorrere del tempo, del mutare delle stagioni, dei codici che regolano il moto dell’universo e il divenire del destino. Comunque libera, fuori dagli schemi, ispiratrice dei poeti, dei sapienti, degli innamorati e – perché no? – anche dei funamboli visionari che abitano in un tendone da circo, ospite inatteso nel repertorio di Palumbo, e proiezione rovesciata, nella sua fatuità giocosa, della pietra antica di un teatro greco: l’effetto catartico è sempre lo stesso, e Aristotele può ben transitare sia nella cecità di Edipo, che nei palloncini dei giocolieri.

 

Questi lavori spingono lo sguardo e la mente entro le complesse visioni di un maestro nel pieno della maturità, premuto dalla nostalgia e da interrogazioni, dove la luna, in primis, poi il cielo e il mare sono le tre dominanti che compongono la sua chiaroveggenza. Guidato da astri misteriosi, non c’è dubbio che egli sia messaggero di una verità metafisica, tuttavia enunciata in piena felicità, e con equilibrio, chiarezza, geometrica sapienza dello spazio. Ciro Palumbo attraverso le sue tele, dove la Metafisica non rinuncia a prendere sotto braccio il Surrealismo, usa il colore come vibrazione dell’anima, che indaga e porta in superficie le suggestive  perfettibilità dei toni e dei semitoni, delle atonalità calde che dialogano tra loro. Ricordiamo in questo contesto le sinfonie compositive dei suoi cieli alla soglia della tempesta, a cui fa spesso da contrappunto un mare tormentosamente romantico. Dei maestri del passato ha studiato i passaggi tonali, il dissolversi della luce nell’ombra, le complessità prospettiche. Quando poi immette nei suoi lavori omaggi significativi a Böcklin, o corpi geometrici volanti, o templi dell’antica Grecia, quando si accosta più ad Alberto Savinio che a Giorgio de Chirico, comunque indaga luoghi inediti, chiedendo alla Luna di proteggere i suoi sogni e le visioni metafisiche che abitano il suo inconscio. All’interno di questa complessa elaborazione della sua fisionomia espressiva, la metafisica è dunque diventata per Ciro Palumbo un metodo narrativo, che gli consente di rivelare quanto l’impossibile possa diventare possibile. Non è forse questo il desiderio utopico senza risposta che Albert Camus testimoniava nel suo Caligola? Ciro Palumbo risponde col sorriso dell’ospite che scende dal cielo a proteggere l’Enigma Sognato, e per soccorrere il poeta che disegna e colora.

 

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THE CYCLE OF THE MOON

 

With this cycle dedicated to the theme of the moon – a loving moon  that rests on ancient places - Ciro Palumbo seems   to say goodbye forever to that inconvenient master (and not just for him), whose name is Giorgio de Chirico, who in his artistic career he has always felt as cultured reference; and if he has certainly exceeded the influence of that father, however, he has kept in his mind the classical culture, heritage that Giorgio de Chirico had inherited in turn by Arnold Böcklin and Max Klinger. In his formation years, Palumbo has questioned the master of Metaphysical painting, following the route that has conducted him to ancient Greece, to the gods of Olympus, to the Titans, to the Homer's sea, to the vestiges of solemn buildings now silent, and retaining the essential features, namely those essential symbols that populate the temple of the  unknowable Arkanum. He has then revisited that ancient world, perhaps with too generous references to scientific and  humanistic  philosophical speculation, and even to astrology.


In this new series, dedicated to the Moon, the painter of Turin proves to be far away from any post romantic and decadent temptation: conversely our candid satellit descends smiling from motherly and protective heaven, in all its spherical plasticity, for a provisional and light flight into the archeology of memory. In compositions such as Dialogues under the moon, The man of the future, In the nights it happens, appear  intriguing constructions of poetic serenity, in the suspended atmosphere of metaphysical research, on which seem to hover warnings of something new is going to happen, and other symbols, in addition to those already obvious, that are about to take over in space and impossible time of the oneiric memory. They are the telltale signs of a mysterious and yet familiar elsewhere, even present in the recent composition Beyond the mystery, the light that I would describe as painting of depth inhabited, one of our essential internal freedom when in the dream is populated by gorgeous images, by not feasible desires, which are given only to the talented artists to express through color.


This picture gallery is a narration that has no a beginning, and that it does not offer, because it isn't part of his philosophy, a conclusion. So here we return to the ancient philosopher who questions, who allows provisional answers, who tries to measure the world secularly with the measure of his coscience, sure only to exist as a thinking being. In this painting of Palumbo we read a kind of moral code, expressed in virtuous compositions, and in a mental archeology  that has settled in the collective memory, forming an inviolable expressive mold, where everything comes back cyclically, where everything is recreated and nothing is destroyed. On this a full moon smiles protective and accomplice, witness of our history, ephemeral,  benevolent ruler of the passing of time, the changing of seasons, the codes that govern the motion of the universe and the becoming of destiny . However free, unconventional, inspiration of poets, sages, and lovers and - why not? - even of the visionary acrobats who live in a circus tent, unexpected guest in the repertoire of Palumbo, and inverted projection, in his playful fatuity, of the ancient stone of a greek theater: the cathartic effect is always the same, and Aristotle may well transit both in the blindness of Oedipus, both in the balloons of jugglers.


These works push the eye and the mind within the complex visions of a master  in his full maturity, pressed by nostalgia and questions, where the moon on the first, then the sky and the sea are the three dominant that compose his clairvoyance. Driven by mysterious planets, there is no doubt that he is the messenger of a metaphysical truth, however, stated in full happiness, and with balance, clarity, geometric wisdom of space. Ciro Palumbo through his paintings, where the Metaphysics does not give up taking under its arm  the Surrealist movement, he uses color as a vibration of the soul, which investigates and brings to the surface the suggestive perfectibilities of tones and semitones, of hot atonalities thst communicate on each other.  We recall in this context, the compositive symphonies of his skies at the threshold of the storm, to  which is often counterpointed  a painfully romantic sea. By the masters of the past he studied the tonal passages, the dissolution of the light in the darkness, the perspective complexities . When he puts in his work significant gifts to Böcklin , or geometric flying bodies , or temples of ancient Greece, when he approaches more to Alberto Savinio than to Giorgio de Chirico, however, explores new places, asking the moon to protect his dreams and the metaphysical views that inhabit his unconscious. Inside this complex development of his expressive physiognomy, metaphysic has thus become a narrative method for Ciro Palumbo, allowing him to reveal how the impossible can become possible. Isn't this the utopian and unanswered desire that Albert Camus testified in his Caligula? Ciro Palumbo responds with the smile of the host  that comes down from heaven to protect the Dreamed Enigma, and to rescue the poet who draws and paints.



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