Alessandra Redaelli



• Ritorno all'isola del sogno



• Lo spirito e la carne



• Sguardi eterni, per un’idea contemporanea di mito

• Ritorno all'isola del sogno

Questa nuova personale di Ciro Palumbo, nata intorno alla grande scultura creata per la città, segna un’ulteriore svolta nella carriera dell’artista. Se le suggestioni del mito, del viaggio, dell’eroe e del sogno restano come filo conduttore, la pittura si trasforma facendosi più emozionale e istintiva. La nuova attenzione al colore l’avevamo già colta nei lavori più recenti come un bisogno di concentrarsi sui simbolismi delle cromie andando ben al di là del dato naturale. Ma qui, ora, è come se Palumbo avesse sfondato una barriera invisibile e avesse dato libero sfogo al carattere più selvaggio del colore. Perché se è giallo deve essere oro colante, se è rosso allora è sangue, passione, fuoco; il blu si accende di luci smaltate, l’arancio arde. Ma soprattutto ecco i bianchi calcinati, ruvidi, scabri. E i neri fondi e bituminosi nei quali si ha l’impressione di sprofondare.

Nei lavori più piccoli e in quelli di medie dimensioni l’azione si concentra in un punto, massimo due, come a richiamare l’occhio, mentre lo sfondo dilaga nella gioia del colore. Colore che non è mai piana superficie, ma che si fa magma, turbine, vortice di materia pittorica nel quale è possibile cogliere il segno della pennellata. Quello che fino a qualche tempo fa si poteva interpretare come un omaggio alla pittura gestuale, una tentazione informale, si fa qui precisa dichiarazione d’intenti verso una pittura d’azione che scompagina le carte, che travolge lo spettatore e qualche volte lo intrappola in deliziosi trabocchetti percettivi. Come quando un veliero volante dipinto ad altissima definizione si libra sopra un golfo dove le rocce vanno facendosi sempre più vaghe man mano che si procede verso la zona in primo piano e dove il mare è selva di gocciolature materiche, dense, colanti, del colore del fango. Oppure come quando l’isola rocciosa (oramai simbolo dell’artista) non è più dorata pietra calcarea, ma marmo candido, glaciale, e – illuminata da una luna fuori campo – si staglia su un cielo così nero e fondo da farci smarrire nello spazio, solcato da graffi che potrebbero essere scie di astri. O, ancora, come quando cielo e mare sono un unico agglomerato di materia chiara e gessosa, la cui surreale solidità è confermata dall’ombra caparbia del faro e dalle barche affondate, conficcate come lapidi.

Nei dipinti più grandi tornano le narrazioni care a Ciro Palumbo. Storie di eroi e di antieroi, angeli caduti vittime di un destino cieco o viandanti disperati.

 

Nasce da qui, da uno dei grandi dipinti in mostra, il desiderio di rintracciare i fili di una storia. Solo una di quelle possibili nell’universo onirico di Ciro Palumbo, vibrante e incerto come un castello di specchi.

 

 

 

 

 

Non avevo scelta. Era l’unica via d’uscita, l’unica maniera in cui avrei potuto salvarmi. Non c’è colpa quando in gioco c’è la sopravvivenza: siamo solo animali guidati dall’istinto.

O lui o io.

Non avevo scelta.

Anche se lo so che per quanto io possa fuggire, andare lontano, far perdere le mie tracce oltre l’orizzonte, continuerò per sempre a sentire la sua voce. Le sue urla. Le sue suppliche. E forse anche l’odore del fumo. E il crepitio del fuoco che cancellerà tutto, che purificherà tutto. Che mi riporterà all’inizio.

Era indifeso, disarmato. Ma il suo stesso vivere e respirare e parlare mi avrebbe succhiato via il sangue e l’anima. Non avevo scelta.

Stava seduto. Non se l’aspettava. Aveva alzato la testa e aveva anche accennato un sorriso.

“Sei tu…”

Poi aveva colto la mia espressione. Aveva capito che io ora sapevo.

Era diventato pallido di colpo. Improvvisamente si era mostrato per quello che era: un vecchio seduto su una sedia di legno in una casa spoglia. Ho guardato le reti appese, ho scacciato un ricordo che affiorava come lacrime.

E l’ho colpito.

Una volta, due… Non lo so più.

Le urla.

E la domanda: “Perché?”

Ma lui lo sapeva bene, il perché. C’era quel perché e insieme a quello tutti gli altri perché. Le promesse mai mantenute, le fiabe che si erano crudelmente mutate in bugie, l’assenza, il tradimento.

L’aveva fatto una volta, tanti anni prima. E ora l’aveva fatto di nuovo: me l’aveva portata via per sempre.

Quando lei me lo aveva detto era stato come rivivere una storia già vissuta, ma con una trama diversa.

Si era seduta di fronte a me seria, ricompresa nel suo ruolo. Diceva che non voleva che io soffrissi. Come se questo fosse mai possibile.

“Chi è…?”, le avevo chiesto.

Un lampo di panico le aveva attraversato lo sguardo.

Non voleva dirmelo. E poi aveva cominciato a spiegare l’inspiegabile, a dire che lui era me ma era anche qualcosa di diverso da me che a lei era molto più affine, che piano piano aveva cominciato a capire che loro due avevano così tanto in comune, e che lui le dava tutta la tenerezza che lei aveva sempre cercato, che era quel padre che lei non aveva mai avuto.

“Io non ho mai avuto un padre, capisci…?”, mi diceva.

Nemmeno io.

Nemmeno io ho avuto un padre.

E già vedevo che le sue lacrime si trasformavano in uno scintillio: era libera, ora. Anticipava col pensiero il momento in cui l’avrebbe riabbracciato. In cui sarebbe stata sua alla luce del sole, senza quello stupido fardello che ero io.

Sentivo freddo allo stomaco, al cuore.

Lei si era già alzata.

Avevo guardato la sua figura leggera, il suo ventre ancora piatto.

“E il nostro bambino…?”, avevo chiesto. Come un idiota.

Lei aveva scosso la testa. Aveva protetto il grembo con le mani. E si era voltata di scatto, dandomi le spalle.

Di questo, almeno, si vergognava.

Nemmeno quello, era mio.

L’avevo lasciata andare e poi ero andato da lui.

 

Apro la mano e guardo quest’oggetto che stringo da ore. Che ho continuato a stringere per tutta la traversata, quando la barca veniva schiaffeggiata dalle onde e io pensavo che forse il mare – quel mare che avevo amato così tanto da bambino – mi avrebbe ucciso. E lo speravo, in fondo.

Mi è rimasto un solco sul palmo. Ancora un po’ e si sarebbe aperta una ferita, avrebbe cominciato a uscire il sangue.

E’ uno di quei medaglioni che si aprono a scatto e che nascondono un piccolo portafotografie. Ovale, con la superficie decorata a motivi floreali, attaccato a una catena leggera ma dalla maglia complicata. Deve risalire all’inizio del Novecento.

Non ho bisogno di aprirlo per sentire un’onda di dolore, di tristezza e di ricordi che mi assale fino a farmi piegare le ginocchia. Non ho memoria di un solo giorno in cui lei non lo indossasse.

Lei.

Lei che assomigliava così tanto a quell’altra lei venuta molti anni dopo e forse per questo da me così amata.

Il medaglione ciondolava davanti ai miei occhi di bambino quando lei mi accompagnava all’asilo e si chinava davanti a me, seduto su una di quelle panchette di legno, per dirmi che non avrei dovuto piangere, e che avrei dovuto mangiare tutto, e che presto – molto prima di quanto mi sarei immaginato – lei sarebbe tornata a prendermi. Mi sembra ancora di poter vedere la mia manina aggrappata a quella catena leggera e lei che la stacca dolcemente, dito dopo dito, spiegandomi che non devo tirare perché è fragile, delicata: potrebbe strapparsi.

“Apparteneva alla mia nonna, sai? E poi alla mia mamma. E adesso è mia, e dentro ci sei tu”.

E ogni volta se la sfilava dal collo con un gesto lieve, la appoggiava alla mano, l’apriva e mi mostrava quella fotografia. Così piccola che a stento vi si riconoscevano i volti.

Faccio scattare l’apertura e la foto è sempre lì. Lui indossa una giacca chiara aperta su una camicia bianca: bello come un ragazzino, con i capelli spettinati e lo sguardo ridente. Io gli arrivo appena alla cintura, ho il sole in faccia e storco il viso in una smorfia buffa. Dietro di noi si intuisce un pezzo del campanile, così tozzo e squadrato da sembrare un giocattolo, e qualche scorcio della facciata colorata di una casa.

In questa notte terribile in cui ho commesso l’irreparabile mi accorgo che il mio cuore può ancora accelerare. Mi pare di poter sentire l’odore di quella piazza, la domenica, quando c’erano le bancarelle e la signora bionda con il grembiule chiaro faceva le frittelle e l’aria si riempiva di promesse. E lui mi metteva una mano sulla spalla e mi diceva:

“Ne prendiamo un’altra?”

E poi allacciava lei alla vita, si chinava a baciarla.

Era una felicità così assoluta e così limpida che abbagliava lo sguardo. Non si poteva guardarla direttamente, ma solo intuirla, respirarla, contemplarla senza sfiorarne la superficie, perché nella sua purezza stava anche tutta la sua fragilità.

Aveva creduto di averlo perso, una volta. Eravamo a Berlino e lei sembrava impazzita. Lo aveva cercato per tutta la stanza d’albergo, quella mattina, e poi era tornata in sala da pranzo, pensando che magari le fosse caduto la sera prima. Piangeva come una bambina e io e lui non sapevamo come consolarla.

“Era della nonna, capisci? C’è dentro la storia di tre generazioni, ci sono le mie radici…”

Ero scoppiato a piangere anch’io e avevo cominciato a strisciare sul pavimento per cercarlo, e intanto pregavo di trovarlo e promettevo che se l’avessi trovato avrei fatto tutto quello che i miei genitori volevano, sarei diventato il bambino più bravo del mondo.

E l’avevo trovato: si era infilato tra il materasso e il bordo del letto, probabilmente mentre lei dormiva.

Lei aveva spalancato su di me i suoi occhi di quel blu profondo che non avrei mai dimenticato e aveva cominciato a baciare il medaglione. Rideva e piangeva. E poi mi aveva stretto a sé e mi aveva baciato su tutta la faccia, mentre io facevo finta che mi desse fastidio e invece ero così felice e orgoglioso.

Era stata la stessa mattina in cui eravamo andati al museo. Non amavo i musei, allora, ma lei era così radiosa che quando mi aveva preso per mano e mi aveva sussurrato di seguirla, io avrei fatto qualunque cosa perché quella luce nei suoi occhi non si spegnesse mai.

Mi aveva portato davanti a un quadro con un’isola e mi aveva detto:

“Guarda… Guarda che meraviglia…”

Teneva il medaglione tra le mani, lo stringeva come un amuleto, lo accarezzava. E intanto parlava.

“Questa è l’Isola dei morti”, diceva. “Ma non è una cosa triste, sai? E’ il passaggio, la trasformazione. Vedi quella figura bianca? E’ l’anima della donna morta che sta nella bara. E’ vigile, pronta al trapasso…”

“Come fai a sapere che è una donna, mamma…?”, avevo chiesto.

Quel dipinto mi metteva paura, mi faceva rabbrividire. Ma non osavo dirglielo.

Lei aveva sbattuto le palpebre, come svegliandosi da un sogno. Si era girata un istante verso di me.

“Si vede: la veste, la linea dei fianchi… Quando mia mamma, la nonna, è morta io ero molto giovane. Studiavo storia dell’arte, allora, e ricordo che quando avevo visto per la prima volta questo quadro avevo provato una sorta di consolazione: avevo cominciato a immaginare mia madre così, con il suo vestito più bello, un tailleur chiaro che le fasciava il corpo, ritta su una barca davanti alla propria bara. Serena e consapevole. Piano piano nella mia mente si era cancellato il ricordo del suo funerale, mio padre che piangeva, la pioggia che allagava il cimitero… Il suo funerale era diventato quello: una traversata sull’acqua limpida e un bosco che l’aspettava”.

Era rimasta per qualche minuto in silenzio a fissare il quadro con gli occhi febbricitanti.

Avrei voluto domandarle se avesse pianto, come fosse la nonna, a quanti anni fosse morta e come. Ma non riuscivo a parlare, ipnotizzato da quella macchia di alberi che si perdeva in un nido scuro di ombre minacciose che immaginavo immerso in un silenzio soffocante.

“Guarda, tesoro…”, aveva ricominciato lei. “Guarda quel cielo che sta mutando, col sereno che si fa strada in mezzo alle nuvole. E guarda il mare dipinto come uno specchio, lucido e immobile, rotto solo dalla lieve scia della barca. Non ti sembra di riuscire a sentire il fruscio del remo che spezza la superficie? E ora guarda le punte dei cipressi: sono piegate di lato, come se avvertissero un vento ultraterreno che non tocca la superficie del mare, come se cantassero facendo oscillare le chiome… Vedi, Böcklin, l’autore del quadro, aveva perso otto figlie… era stato costretto a superare la morte, a farsene una ragione. Questa limpidezza è la sua ragione, secondo me…”

Doveva aver avvertito il mio disagio.

“Tutto bene, amore?”

“Mi fa paura…”, avevo risposto.

Lei mi aveva stretto contro di sé. Avevo sentito nelle narici il suo profumo.

“Ma no, dai… Andiamo, ora”.

Mi ero voltato un’ultima volta a guardare il quadro e avevo avuto la netta sensazione di vedere oscillare le punte dei cipressi.

 

Era lei che mi raccontava le storie della buonanotte, la sera.

Poi, a un certo punto, aveva cominciato a farlo lui. Ma non gli piaceva leggere, come a lei, che si sedeva e posava sulle ginocchia uno dei miei libri di fiabe: lui preferiva inventare. O guardare le stelle.

Nelle notti limpide mi faceva uscire dal letto. Se faceva freddo mi infagottava tutto dentro una coperta come se indossassi un mantello e poi spalancava la finestra e mi invitava a guardare in su.

“Quello è il Grande Carro”, diceva, indicandomi le sette stelle che pulsavano sopra di noi. E io a fatica isolavo nel mare nero del cielo quei piccoli punti, sforzando gli occhi, e poi esultavo quando nella mia testa riuscivo a ricostruire la forma della costellazione. “E quello lì, quello che sembra un aquilone, è Orione”.

Piano piano la stanza diventava fredda e allora, a malincuore, chiudevamo la finestra e io andavo a letto con ancora la sensazione di galleggiare tra quei puntini luminosi.

Una sera era arrivato a casa con un regalo bellissimo: delle stelline fosforescenti da attaccare al soffitto per ricostruire le costellazioni. Ricordo che avevamo aperto un libro per guardare le forme e le disposizioni degli astri e poi, armati di scala e di metro, avevamo ricostruito il firmamento sopra la mia testa. Così di notte, prima di dormire, potevo continuare a guardare le stelle da sotto le coperte.

Se non guardavamo il cielo, lui mi raccontava delle storie. Erano storie che inventava o che modificava ispirandosi ai romanzi che aveva letto. E quando gli chiedevo di raccontarmi di nuovo una storia che mi era piaciuta, la seconda versione non era mai uguale alla prima e il finale mi sorprendeva sempre. Le mie preferite, però, erano le avventure del Barone di Münchhausen, e mentre lui me le raccontava, ripescando i suoi ricordi d’infanzia e riempiendo i vuoti con pezzi di film d’avventure, io sognavo di volare a cavallo di una palla di cannone o di oscillare appeso alla falce della luna con una corda. E ogni volta gli chiedevo:

“Ma è possibile? Si può fare veramente?”.

Il cielo e il volo mi ossessionavano. E così un giorno lui aveva inventato per me la favola di una mongolfiera che volava fino alla luna e vi atterrava e che poi, una volta raccolto il suo carico, scendeva giù fino al mare, dove si appoggiava con la sua chiglia di barca.

“Ma questo è possibile?”

E lui mi rispondeva che proprio fino alla luna non ci saremmo arrivati, ma che sulla mongolfiera ci saremmo potuti volare davvero e che prima o poi mi ci avrebbe fatto salire. Che saremmo andati insieme. E che avremmo visto la terra, le case, i prati, gli alberi, le persone diventare piccoli piccoli, e che ci saremmo lasciati spingere dal vento.

“Ma lo faremo di notte?”, avevo chiesto. “Così possiamo vedere le stelle più da vicino…”.

Lui aveva sorriso.

“Meglio di giorno…”

“No, no… di notte. Promettimi che ci andremo di notte”.

Ma non ci andammo mai.

 

Tutto si era spezzato una di quelle sere.

Lei non c’era: avevamo cenato da soli.

Non era la prima volta che accadeva. Da un po’ di tempo lui era triste. E lei era triste. E spesso usciva.

Quando le chiedevo dove andasse, lei mi guardava spaesata, stringeva tra le dita il medaglione, nel movimento faceva tintinnare due bracciali identici che portava al polso sinistro, poi mi rispondeva, sfuggendo il mio sguardo:

“Esco con un’amica che è un po’ in crisi…”

oppure

“Vado a trovare un’amica che non vedo da quando ero ragazza”.

Tra loro c’era solo un gelido scambio di sguardi.

Ma io ero piccolo, e per me lui e lei erano ancora quelli che si baciavano per strada mentre io mangiavo le frittelle nel sole domenicale.

Quella sera lui era teso. Aveva cominciato a inventare una storia e poi, distratto, aveva preso in mano un libro che stava sul mio comodino e meccanicamente aveva cominciato a leggere.

Avrei voluto dirgli che era un libro vecchio, che lo conoscevo a memoria, e che lui non sapeva fare bene le voci dei personaggi come sapeva fare lei, ma non osavo. Aveva la barba che spuntava sotto la pelle troppo pallida e un solco tra le sopracciglia.

Poi era arrivata l’auto.

La finestra era aperta nella sera primaverile e il rumore del motore si era udito nettamente.

Lui aveva artigliato il libro con le dita, interrompendo la lettura.

Era rimasto per qualche secondo così, immobile. Poi si era alzato ed era andato alla finestra.

Il libro era scivolato giù dalle sue ginocchia e si era abbattuto sul pavimento con le pagine aperte, come un gabbiano ferito. Ricordo ancora ogni istante di quel breve volo.

Avrei voluto affacciarmi anch’io, alla finestra, stringermi a lui e rassicurarlo, dirgli che andava tutto bene, ma qualcosa mi diceva che era meglio non farlo.

Vedevo il suo profilo che si stagliava sulla notte illuminato appena dall’abat-jour. Vedevo la mascella serrata.

C’era stata quell’immobilità surreale per qualche minuto, tanti minuti.

Poi una portiera si era aperta e io avevo sentito nella notte la sua risata. Era la sua ma non era la sua. Strideva un po’, come il verso di un uccello.

E poi una voce di uomo che non conoscevo.

Mio padre era rimasto immobile, ma qualcosa nella sua faccia era crollato.

Poi di scatto si era allontanato dalla finestra ed era uscito dalla stanza, senza più voltarsi verso di me. Per la prima volta era uscito dalla mia camera dopo la fiaba senza baciarmi né augurarmi la buonanotte.

Non l’avrebbe più fatto.

Non avrebbe più raccontato storie o letto favole accanto al mio letto. Né mai più avremmo guardato le stelle insieme.

La sera prima era stata l’ultima volta in cui quel rito si era compiuto nella sua completezza. E io, la sera prima, non l’avevo capito.

Poi avevo sentito la chiave nella porta. E le loro voci.

Ma le avevo sentite per poco tempo, perché subito avevo infilato la testa sotto il cuscino e, siccome non bastava, anche le dita dentro le orecchie.

Le voci erano alte e poi di colpo basse. E ancora alte, terribili. E di nuovo silenzio.

E ogni volta che calava il silenzio io immaginavo che si stessero abbracciando e che subito dopo lei sarebbe venuta dentro piano, nella mia stanza, in punta di piedi per non svegliarmi. Mi avrebbe tirato la coperta sotto il mento, anche se era primavera e faceva caldo. Mi avrebbe accarezzato la fronte, mi avrebbe baciato una tempia mentre io avrei fatto finta di dormire, come facevo sempre, e poi andandosene, subito prima di chiudere la porta, si sarebbe chinata sul letto ad accarezzarmi un piede, come se non riuscisse ad accettare l’idea di staccarsi da me.

Invece non era entrata.

Quella notte non era mai entrata.

E non era entrata mai più.

Non l’avrei mai più vista.

 

Ho abbandonato la mia imbarcazione su una spiaggia poco frequentata e ora mi sposto nell’acqua. Anche se so che non ha senso cercare di confondere le mie tracce per i cani, perché tanto nessun altro avrebbe potuto fare quello che io ho fatto. E se decideranno di cercarmi, mi troveranno comunque.

Guardo il cielo appena schiarito dall’alba e le nuvole mi sembrano ancora tracce di quel fumo che si è scatenato dopo. Tracce del mio gesto. Anche se a tutti questi chilometri di distanza e dopo tutto questo tempo so che non è possibile.

Mi giro verso il punto in cui so che è la casa, la piccola casa con la rete appesa e le stoviglie blu e le tende chiare che aveva cucito lei e mi domando perché l’ho fatto. Se per la rabbia e la disperazione di questo tradimento, per questa donna che mi ha negato il suo grembo che credevo mio, voltandomi le spalle, o se invece tutto questo è accaduto per quell’altra donna, per quegli occhi fondi e blu che di colpo non si sono più posati su di me, per quelle carezze che mi sono state negate.

Sovrappongo i due visi e mi sembra di cogliere per la prima volta tutte le somiglianze: l’ovale preciso, il corrugarsi improvviso delle sopracciglia, una smorfia della bocca. Anche il movimento lento delle mani per certi versi appariva quasi lo stesso. Forse persino il modo di camminare.

E certamente, lui, questa somiglianza l’aveva colta subito. Chissà che cosa aveva provato quando l’aveva vista entrare per la prima volta in quella stanza: i capelli ancora bagnati di mare raccolti sommariamente, il viso arrossato dal sole, il sorriso pieno e quell’abito leggero che le si appiccicava addosso. Era tornare indietro nel tempo. Era ritrovarla intatta.

La seconda possibilità.

Come avevo potuto non capire?

Lui vedeva venire verso di sé la stessa donna che io avevo visto per l’ultima volta allontanarsi tra gli alberi.

Quell’ultima volta che non riuscivo più a dimenticare.

La mattina di quel giorno terribile di primavera lei mi aveva lasciato davanti alla scuola. Aveva fretta ed era fuggita via subito. Aveva attraversato la strada che separava l’edificio da un giardino e poi, arrivata sull’altro marciapiede, si era voltata un’ultima volta a guardarmi e a salutarmi con la mano. Dietro di lei gli alberi erano scossi dalla brezza e nell’aria c’era un profumo così promettente e così denso che da quel momento in poi, ogni volta che la primavera esplode, io rivedo quella sagoma chiara ritagliata contro gli alberi, l’onda dei suoi capelli che si muove mentre lei volta la testa.

Gli edifici, intorno, erano inondati dal sole del mattino.

Era un quadro.

E divenne quel quadro.

Quando l’attesa era diventata inutile e il volto di mio padre si era fatto sempre più duro e impenetrabile, quel ricordo si era trasformato nella premonizione dell’addio. E quegli alberi di castagno, nella mia mente, erano ora i cipressi sussurranti dell’isola di Böcklin, le case illuminate erano le quinte di pietra.

Ogni giorno gli chiedevo dove fosse, e ogni giorno lui mi rispondeva:

“E’ partita…”

“Quando torna?”

“Non lo so ancora… presto”

“Ma presto quando? Dov’è andata?”

Le mie domande lo innervosivano. E allora io tacevo per non acuire la sua sofferenza.

Dopo qualche settimana mi venne la febbre, una febbre altissima che ricordo come un lungo galleggiare in uno stato allucinatorio. Per qualche giorno non vidi più niente: ero diventato cieco. Vennero medici, professori, personaggi di cui udivo le voci e di cui avvertivo il tocco delle mani, ma di cui non riuscivo cogliere i volti. Dicevano che stavo bene. Giuravano che dal punto di vista clinico tutto fosse normale.

“Il trauma…”, disse qualcuno.

Poi, una mattina, ci vedevo di nuovo.

Avevo aperto gli occhi e mio padre era lì, accanto a me: pallidissimo, la barba lunga, smagrito, con i vestiti che gli ballavano addosso.

E lei non c’era.

Nemmeno questo l’aveva fatta tornare.

Improvvisamente provo una pena immensa nel ricordarlo così, stremato, seduto accanto al mio letto. Nel ricostruire con la memoria la sua figura rigida e la sua abnegazione nell’assistere il figlio disperato.

Mio padre…

Guardo di nuovo alle mie spalle.

No. E’ troppo tardi.

Dopo quella sera non l’avevo più visto sorridere. Per anni.

Eravamo andati avanti, ma non eravamo più noi. Io ero diventato un uomo di colpo. Mi ero alzato da quel letto, sfebbrato e guarito, e da quel momento lui aveva cominciato a trattarmi come un adulto. Niente più fiabe. Niente più sogni.

Niente più stelle.

Le fotografie di lei erano sparite quasi subito. Poi, lentamente, come in un consumarsi sotterraneo, tutto quello che la ricordava: i suoi abiti, il suo odore nell’armadio, i suoi oggetti nel bagno, i suoi libri.

Non appena ne avevo avuto l’età, me ne ero andato. Avevo preso il brevetto di volo.

Ero volato via da lì.

 

Il sole è sorto, oramai.

Mi domando se qualcuno sia già andato in quella casa.

Forse lei.

E adesso sta piangendo.

Il gesto non passa nemmeno attraverso il pensiero e già sto cominciando a tornare sui miei passi. Quanto tempo ci vorrà? Il mare è calmo, ora. La barca so dov’è.

La traversata mi sembra lunghissima. Il sole mi cuoce la pelle mentre so che la mia corsa tardiva verso di lui è inutile e mostruosa.

Vedrò il frutto del mio misfatto e frugherò tra le macerie bruciate. Piangerò inutilmente sul suo corpo e sul dolore inferto a lei che non c’entra niente con la mia condanna, che ho scelto solo perché me la ricordava, che forse non ho mai nemmeno amato davvero perché non era lei, che volevo, ma il mio passato.

L’odore di fumo mi guida verso la casa.

Immaginavo una folla, immaginavo qualcuno che avesse già cominciato a braccarmi. Invece lo spettacolo che si apre davanti ai miei occhi è forse ancora più tragico: un piccolo rudere semibruciato sotto un sole splendente, un cielo di una bellezza così assoluta da fare male.

La porta è spalancata.

Dentro silenzio e odore di fumo.

Lui non c’è.

Apro le porte delle piccole stanze di questa casa di pescatori che aveva visto la loro felicità di giovani sposi e, dopo, la mia. Apro le finestre e finalmente lo vedo. E’ seduto sotto un albero, nel piccolo spoglio giardino sul retro.

Ha gli occhi chiusi ma respira.

Mi siedo sull’erba secca accanto a lui, gli prendo la mano.

Apre gli occhi.

“Perché sei tornato?”, chiede.

“Perché voglio sapere dov’è lei”.

Non c’è bisogno che io specifichi di chi sto parlando. C’è sempre stata solo una lei, per noi. L’altra era un pretesto per ricordarla.

“Tu hai sempre pensato che io l’abbia uccisa”.

“Non avresti potuto avere il suo portaritratti, se non l’avessi fatto”.

Si alza faticosamente a sedere. Trattengo il gesto di aiutarlo.

“Dov’è, adesso?”, chiede. “Non lo trovo più”.

Lo sfilo piano dal collo.

Lui lo prende. Lo apre con un gesto inaspettatamente delicato, per quelle mani grosse.

“Com’eri piccolo…”, mormora tra sé.

“Perché l’hai fatto?”, chiedo.

Mi guarda disperato.

“Non l’ho fatto”.

Chiude gli occhi per un tempo che sembra infinito.

Poi li apre e ricomincia a parlare.

“Non l’ho fatto. Ma sono un mostro”. Prende fiato a fatica. “Quella sera lei se n’è andata. Ha preso una piccola borsa, due vestiti e se n’è andata. Ha detto solo che non poteva più restare. Le ho chiesto: ‘E lui?’… allora ha cominciato a piangere, a dire che tu saresti stato meglio con me, che lei aveva tradito la tua fiducia. Si è sfilata il medaglione, diceva che non avrebbe sopportato di vederlo senza morire di dolore. Le ho chiesto perché non restasse, allora, che cosa ci fosse in quella persona che glielo impediva… Ma mi guardava come se non mi vedesse più. Poi ha preso una busta, ci ha infilato il medaglione. E una lettera per te. Una lettera per te che non ho mai voluto darti perché avevo bisogno che tu la odiassi. Che tu mi aiutassi ad odiarla…”.

Sento freddo in tutto il corpo.

“Dov’è?”, doman

• Lo spirito e la carne

Cuore.

Sostantivo maschile. Organo muscolare cavo che costituisce il centro motore dell’apparato circolatorio, situato nell’uomo tra i due polmoni, sopra al diaframma, davanti alla colonna

vertebrale, dietro lo sterno. L’azione del cuore per la circolazione del sangue si svolge attraverso

tre fasi: presistole, sistole e perisistole, in cui si ha il riposo completo di tutto l’organo.

 

Non esiste simbolo meno citato del cuore. E’ l’incrocio di tutto: pensiamoci. L’inizio e la fine, il segnale primario del nostro essere vivi. O morti. Il centro dell’amore e dell’odio, della felicità e della disperazione. Pezzo di carne e tuttavia sede prima delle emozioni. E il cuore è anche sinonimo di approccio emozionale, di una percezione empatica del mondo, del lasciarsi guidare dalle passioni, dell’autenticità. Del centro.

Dalle riflessioni alte di Blaise Pascal al feuilleton moderno di Susanna Tamaro, dall’organo dolente esposto sul petto di Frieda Khalo ai graffiti di Keith Haring, fino a Jeff Koons che ce lo confeziona gonfio, lucido e specchiante come un addobbo di Natale, il cuore ci parla e ci chiama ad ascoltarlo. Qualunque sia la voce che in quel preciso momento ha deciso di usare.

Ciro Palumbo afferra un bandolo di questa intricata matassa e parte da lì per un progetto nuovissimo che segna un punto di svolta nel suo lavoro. Seguire la nascita di questa mostra è stato più che mai come addentrarsi nella mente dell’artista e nei meccanismi della creazione. All’inizio è solo un pretesto, una curiosità. Una serie di sinapsi che scattano e che spingono alla ricerca. Magari partendo dai tatuaggi. Il cuore ricorre, nei tatuaggi, da sempre: è la donna amata, a volte lontana, la passione; ma è anche la donna-madre e dunque l’amore puro e inesauribile. E’ il cuore stilizzato o quello pulsante circondato di spine, è quello alato e trafitto. E poi il tatuaggio è inciso sulla pelle, quasi una manifestazione esteriore di un dentro troppo potente per rimanere celato, e anche questo è interessante: quanta distanza corre tra un cuore tatuato sulla pelle e il sacro cuore che Cristo espone ai fedeli (come un organo pulsante, sì, ma fiammeggiante e radioso)? Ecco che le libere associazioni partono verso altre strade. E la seconda strada che l’artista imbocca è quella degli ex voto. Cuori appesi e raggianti, qualche volta trafitti, umili o preziosi.

Lo studio dell’artista si trasforma così in una catalogazione spasmodica di reperti, pagine strappate ai libri, schizzi improvvisati sull’onda di un’emozione che lui non può permettersi di perdere. Dai cuori appesi uno accanto all’altro a quelle pareti – gremite fino ad assomigliare a quelle di un santuario – sgorgano fiori e spuntano chiodi, fuoriescono ali e cieli stellati. E infine ecco che tutto trova un ordine e una perfetta collocazione sulle spesse tavole di legno che l’artista ha voluto per questo progetto, evidenziando anche nella scelta dei materiali e delle dimensioni ridotte il desiderio di richiamare un mondo dalle simbologie semplici e immediate, maneggevoli, e tuttavia dense di stratificazioni semantiche, invito a molteplici letture, come del resto è da sempre il lavoro di Palumbo.

Prendiamo questo cuore-isola, per esempio, nel quale affonda le radici un albero frondoso; dietro, una luna gigante che galleggia in un cielo stellato suggerisce visioni oniriche, ma subito il volo si arresta, fermato dalle quinte di pietra che racchiudono questa immagine collocandola in un punto preciso, congelandola, e l’occhio, dunque, si trova costretto a percorrere di nuovo quel cuore con uno sguardo inedito per rintracciarvi carne e sangue, arterie e ventricoli. La visione si fa di colpo più pesante, ci richiama a noi e al nostro essere materia bruta. Un attimo fa erano suggestioni da Il piccolo principe, ora ci siamo ricordati ciò di cui siamo fatti e abbiamo quasi la tentazione di appoggiarci la mano sul petto per controllare che vada tutto bene. Il racconto dell’artista procede così, per emozioni, con i simboli sacri del pesce e delle fiamme e con il cuore capovolto: solo, nudo e abbandonato. Con il cuore che parte in volo solcando un cielo rosso sangue a bordo di una nave fenicia e quello che sta racchiuso come un tesoro nascosto tra quinte di pietra su un’isola che è un omaggio a Böcklin ma che è anche, e soprattutto, un indizio lasciato a chi segue da sempre il lavoro di Palumbo e lo conosce nel suo essere un’intricata caccia al tesoro di rimandi e citazioni, di simbologie e sollecitazioni mentali. C’è tutto il vocabolario dell’artista in queste tavolette spesse, pesanti, dalla importante presenza scenica. Ci sono i temi a lui cari del sacro e del viaggio, del mito e del teatro, ma prima di tutto c’è quella pittura densa, intensa, fatta di una materia vivida che sfida il limite delle due dimensioni e si fa ipnotica e avvolgente, dove le stratificazioni del colore vanno di pari passo con quelle del pensiero e del senso. Un tipo di pittura che affonda le sue radici nella storia dell’arte a partire dal Rinascimento e che ritorna ciclicamente a emergere come un filone inesaurito. Oggi più che mai.

E poi il progetto si amplia. Il respiro si fa più profondo ed ecco il Ciro Palumbo che meglio conosciamo: quello dei guerrieri e dei viaggiatori, degli dei e del mito. In tele grandi, ariose, le figure tipiche dell’artista dialogano con il cuore o lottano contro le sue tentazioni. Sono personaggi in bilico tra la freddezza marmorea della statuaria classica e la carnalità viva e calda del corpo. Le ispirazioni vanno dalla solarità di Bernini alla sensualità della Cappella Sansevero, con i suoi panneggi liquidi a disegnare i corpi, dalle veneri moderne alla statuaria romana. E poi oltre, molto oltre, perché quegli scorci maschili rimandano al cinema, alla pubblicità, alle riviste glamour; fanno l’occhiolino a Robert Mapplethorpe e a Richard Avedon. C’è il ragazzo esile come un efebo che, accecato dalla passione, segue il cuore ad occhi bendati e poi c’è la donna sdraiata, nuda, che con la mano artigliata al lenzuolo scomposto respinge il cuore. C’è il guerriero, riverso come in una deposizione, dalle cui viscere esce un cuore sanguinante e poi c’è Persefone rapita da una violenza senza cuore. C’è il cuore che guida il cammino del viaggiatore e quello che sorveglia l’addio tra Ettore e Andromaca.

Ci troviamo qui davanti a quella che forse si potrebbe definire la più sensuale tra le serie di Ciro Palumbo. Non viene mai meno l’attenzione all’ambientazione, è vero: ricorrono anche qui i dettagli delle architetture classiche e gli scorci di ambienti metafisici dalle prospettive impossibili e pericolanti; non mancano le rocce e i cieli di ispirazione sturm und drang, ma è come se il corpo avesse una rilevanza nuova, un’importanza maggiore. Non solo per le inquadrature quasi sempre più ravvicinate, ma proprio perché l’anima qui è privilegiata rispetto alle forme, alla freddezza della perfezione anatomica. Le emozioni salgono in superficie, il gesto si fa più ampio, l’espressione del viso comunica una battaglia interiore che quelle proporzioni classiche, anziché contraddire, sembrano enfatizzare per contrasto. Un contrasto che si esalta nel cortocircuito costante, disseminato tela per tela, tra simboli mistici e sensualità, tra turbamenti dello spirito e passioni del corpo.

E poi c’è la scultura. La vera novità di questa mostra e il punto d’arrivo di un percorso molto preciso. Un’attività totalmente inedita per l’artista nella quale tuttavia dimostra di sapersi destreggiare già molto bene. Dalle grandi tele nelle quali il cuore appare sì, protagonista, ma fisicamente limitato a un suo proprio spazio nel lavoro, alle tavolette, dove il cuore è elemento totalizzante, si arriva qui al terzo passo: il cuore è uscito dall’opera, è ora accanto a noi, nello spazio, per farsi guardare e toccare. Per farsi ammirare da ogni angolazione. E’ un cuore verissimo nelle forme e magico e surreale al tempo stesso. Un cuore pulsante con ventricoli, vene, arterie, ma sul quale, anche, si apre un grande occhio meditabondo. Uno sguardo severo e attento puntato su di noi. E’ un cuore vivo di cui sembra di poter avvertire il battito; ma poi di colpo ci si accorge che quello è un battito d’ali, e proviene dalle due appendici piumate che spuntano dal suo dorso. La terracotta si fa qui calda di sangue, si declina in cromatismi potenti e delicati. Cuore che guida e cuore che batte, spirito e carne.

 

• Sguardi eterni, per un’idea contemporanea di mito

Che cos’è il mito, oggi? Quali significati reali e profondi cela, in questo inizio di millennio, la breve parola che abbiamo ascoltato fin da piccoli e che poi, da un certo momento della nostra vita, ci siamo ritrovati giocoforza ad associare a concetti fugaci, passeggeri, consumistici, contagiati anche noi dall’aggettivazione iperbolica che ci accompagna ogni giorno? (Se oggi chiediamo a un adolescente che cosa definirebbe “mitico”, probabilmente risponderebbe citando l’ultimo gioco dell’Xbox o, se siamo proprio fortunati, l’ultimo capitolo della serie Hunger games...).

 

C’è un modo, dunque, per riappropriarci del mito? Se chiudiamo gli occhi e facciamo lo sforzo di astrarci ci accorgiamo che il mito è qui, a un passo da noi, vicinissimo ancorché irraggiungibile. Ora come allora è l’ “oltre”, il senso, l’origine e il fine di cui non possiamo fare a meno. Come umanità, come uomini e come donne, abbiamo spasmodicamente bisogno di miti in cui credere. E se qualcuno ce li porta via, o peggio li depriva del loro senso più profondo, ecco che sentiamo subito l’esigenza di ricostruirceli, di ritrovarli, al costo di farlo altrove. O, se siamo molto fortunati, di farceli restituire.

 

E’ questo che fa, sostanzialmente, Ciro Palumbo con la sua pittura pulita, elegantissima, calibrata in un gioco sofisticato di equilibri cromatici e spaziali. Una pittura densa, non solo dal punto di vista dei significati, ma anche, e forse prima di tutto, da quello pittorico. Perché Palumbo è un pittore vero, di quelli che hanno fatto tesoro della lezione del passato, l’hanno rielaborata, acquisita e poi se la sono caricata sulle spalle per farne dono a noi, con una voce originalissima e totalmente nuova. Proprio come il suo Guerriero, che si avvia alla battaglia non con armi e scudo, ma con uno zaino di conoscenza e di fantasia e con un’isola, sulle spalle, che è microcosmo intatto di speranza e di pace. Palumbo sceglie il mito, perché ciò che è assoluto da sempre suscita in lui una fascinazione irresistibile: il gioco, perfetta finalità senza scopo così come l’arte e la bellezza; il teatro, eterna metafora di vita fatta di personaggi e maschere; il viaggio, viatico di conoscenza e di esperienza; e poi il sacro, il calvario, la religione, Dio. Pur essendo un artista perfettamente calato nel proprio momento storico, Palumbo non ne è un freddo cronista, ma è piuttosto un artista sciamano. Raccontare le guerre che oggi devastano il pianeta, così spaventosamente vicine eppure così lontane dalla nostra mente, il terrorismo, gli sbarchi disperati non è materia sua. Non perché gli argomenti non lo tocchino: tutt’altro, ma perché gli sembrerebbe di non aggiungere nulla. Ecco allora che lui va oltre: sale a bordo di una di quelle sue barche magiche, quelle che portano un occhio umano dipinto a prua e che volano sullo sfondo di cieli tempestosi, densi di nuvole aggrovigliate, oppure che passano a fatica tra faraglioni di pietra ruvida e scabra come la pelle di un Cristo flagellato (così le ha definite il regista e scrittore polacco Lech Majewski), e con quella viaggia nel tempo fino a raggiungere un passato quasi intatto, quel momento perfetto in cui la felicità pareva ancora alla portata dell’uomo. E da lì ci getta un ponte. E’ un ponte difficile, da attraversare. Attraversarlo è un po’ come passare per quelle prove impossibili che testavano il coraggio e la tenacia degli eroi delle antiche favole. Perché, in fondo, Palumbo è un affabulatore, un cantastorie, qualche volta un giocoliere, qualche altra volta uno chef sopraffino che si diverte a mescolare gli ingredienti più assurdi, più impensabili, riuscendo a far scaturire dalla loro unione profumi e sapori sublimi. Il suoi dipinti potenti, ipnotici, capaci di intrappolare lo sguardo in una spirale infinita di stimoli percettivi, di catturarlo e sedurlo fino a farlo capitolare, sono come scatole cinesi, come sfide sottili. Il paesaggio è spazio e personaggio, anima capace di incarnare pensieri ed emozioni. Il cielo è come lo sguardo di Dio, limpido di gioia o fosco di collera. Il mare si alza in tempeste misteriose, in onde dalle creste affilate come coltelli, che sembrano poter tagliare in due la piccola imbarcazione che le solca impavida. La costa si fa di volta in volta tenero abbraccio, utero accogliente, rifugio del naufrago oppure quinta oscura dai mille nascondigli bui e fitti di minacce. La roccia è al tempo stesso natura selvaggia e lascito dell’uomo, un uomo forse passato di lì più di mille anni prima: resta del suo passaggio una porta, una finestra incerta, una presenza remota fantasmatica e inquieta. E poi c’è lui. L’eroe. Forse un dio, forse un semidio. E la sua presenza incombente fa vibrare l’aria rarefatta del dipinto. Può essere Prometeo accasciato su una roccia – la fronte virile corrugata in un’espressione di sconforto – affranto per l’uso sconsiderato che l’uomo ha fatto della conoscenza. Può essere Vulcano, possente e fiero, seduto come un re compiaciuto sul suo trono di pietra. Oppure è Polifemo, battuto, sì, ma non sconfitto, con l’occhio che, ancora, caparbio si fissa in quello dello spettatore attraversando la fascia che dovrebbe oscurarlo. O Ulisse, non più persona, ma portatore di pensieri, di sogni, di memorie e di esperienze. Figure possenti, scolpite in un marmo dalle tinte gelide, gli occhi ciechi della pietra a dichiarare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che di marmo si tratta, di materia dura, eterna e indissolubile. Ma non è così. Basta uno sguardo per capire che non è così. Ed è qui, in questa squisita ambiguità, che si gioca la magia di Palumbo. Perché al di là di ogni ragionevole dubbio è carne morbida, cedevole, sottilmente sensuale quella di Proserpina, stretta nell’abbraccio del suo rapitore. Così come è carne quella delle tre Grazie di Piccole estasi, dipinto di un erotismo languido, estenuante, a dispetto dei perfetti ovali dei visi e delle capigliature rubate alla statuaria classica. E con un pizzico di ironia è carne quella dell’Hermes che si gira di tre quarti, quasi sorpreso, mentre lo spettatore ne scopre le grazie liberate dal morbido panneggio. E carne, e anche emozione, addio, tristezza rispecchiata da un cielo crepuscolare, è quella di Amore e Psiche.

 

Questa trionfale epopea che racconta il mito nella Magna Grecia, questo romanzo intenso, pieno di pathos, che si snoda dalla Porta di Apollo, ai Giardini Naxos, fino al Castello di Carlo V è in realtà, per Ciro Palumbo, il pretesto per dirci che il mito è qui, anche in questo folle e frenetico presente. E per dimostrarcelo l’artista gioca di sponda, inventa trucchi da prestigiatore, mette in scacco le nostre certezze percettive costruendo per noi dei ed eroi sostanziati di marmo e di carne e raccontandoceli, poi, come un regista consumato, in primi piani ravvicinatissimi, in zoom inaspettati, inventando tagli fotografici azzardati, facendo l’occhiolino alla pubblicità e alle riviste patinate, disseminando i quadri di indizi che vanno letti uno dopo l’altro e poi quadro dopo quadro, quasi dovessimo ricostruire un’intricatissima scena del crimine. Perché la testa di Hypnos, fedelissima in verità a quella del frammento recuperato della statua, è nel dipinto di Palumbo quasi una testa di bambola senza occhi, retaggio di un immaginario cinematografico oramai diventato storia, ma galleggia, anche, in un buio infinito, pastoso, troppo stellato per essere cielo. E mentre ci domandiamo se non sia forse un sipario, se non siamo stati ingannati ancora una volta dall’incantesimo, lo sguardo si lascia catturare dall’altra ala, quella che la testa non ha conservato, e la scopriamo fluttuante e verissima, viva, palpitante di piume così credibili che vi si potrebbe affondare la mano. Sogno e realtà si rincorrono sulla tela tra Freud e la pittura automatica dei surrealisti. Ma solo poco più in là ecco spalancarsi una stanza dalle tinte infuocate e dalle prospettive mobili: interno ed esterno si mescolano, si ibridano, in una visione incantevole e impossibile. L’acqua dilaga dove dovrebbe esserci pietra, l’orizzonte si allarga dove dovrebbe chiudersi una parete. E se la suggestione, qui, è metafisica, basta alzare solo un istante lo sguardo per accorgersi che in cielo si stanno addensando nuvole di materia magmatica e lì i pigmenti sembrano uscire dal quadro, dilagare al nostro spazio, travolgerci in una bufera informale.

 

Quadro dopo quadro la storia comincia ad avere dei contorni sempre più definiti, e dove la mente non arriva a comprendere tutto, i significati più reconditi, più profondi, l’artista ci invita ad abbandonarci, a lasciarci andare al piacere puro del guardare. A permettere che sia l’emozione, e non la ragione, a cogliere la morbidezza pulita della pennellata e a farla propria come puro godimento fisico. Perché quella di Palumbo, al di là della lezione preziosa che ci dà, è prima di tutto una pittura che ci accarezza e che si lascia accarezzare, che ci avvolge e ci coinvolge, che ci inonda di cieli infuocati al tramonto e di mari in tempesta ai quali, in fondo, viene voglia di affidarsi senza paura, convinti che di certo, un po’ più in là, un approdo ci sarà, e sarà un approdo felice. E se in quella dea velata dal panneggio terribilmente sensuale vogliamo vedere una Venere o una Madonna non importa, quello che importa è che lei ci prenda per mano e che ci aiuti ad attraversare il ponte magico che l’artista ci ha lanciato, che ci faccia fare un passo, almeno, alla ricerca delle risposte che stiamo cercando da sempre. E se quella Nike svettante, racchiusa da quinte di cipressi e di pietra e appoggiata su un piedistallo di sassi, ci ha catturati e non riusciamo a staccarvi lo sguardo, non domandiamoci il perché. Lasciamo che quel cielo vorticante in cui si apre un occhio di luce, sopra di lei, ci illumini, ci contagi, ci faccia suoi senza un perché. Lasciamo che quelle insenature di pietra, quelle spirali, quelle clessidre, quelle onde dall’andamento vagamente concentrico, parlino direttamente alla nostra pelle e alla nostra anima, e la rassicurino sul fatto che tutto torna, fatalmente, che il mondo si ripete inesorabilmente, che il passato è qui, dietro l’angolo, come il mito. Basta cercarlo.

 

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ETERNAL GAZES FOR A CONTEMPORARY IDEA OF THE MYTH

 

Today, what is a ‘myth’? What real and deep meaning does it conceal at the beginning of this millennium? This tiny word that we have heard since we were children and that then, at a certain point in our lives, we find ourselves inevitably associating with fleeting, momentary, consumerist concepts infected with the hyperbolic adjectives that accompany us every day. If  we were to ask an adolescent to define what a myth is in today’s world, he or she would probably answer with reference to the latest game for the X Box or if we’re lucky, the latest chapter of Hunger Games.

 

So is there a way of approaching the myth again and attempting to regain it? If we close our eyes and try to escape from reality for a moment, we realize that the myth is here and now, it’s close to us, incredibly close, even if it is hard to reach. Now as then, it is that which is always “beyond”, yet it is also the sense, origins and the end that we can’t do without. As humanity, as men and women, we have the spasmodic need to have myths in which we can still believe. If they are taken from us or worse still, deprived of their deepest meanings, we immediately feel the need to rebuild them, to rediscover them, at the cost of creating them elsewhere, or if we are very lucky, to have them given back to us.

 

It is the latter that is essentially the work of Ciro Palumbo, whose clear, elegant paintings are regulated in sophisticated chromatic and spatial equilibrium. It is dense painting, not only from a point of view of its meanings but also and maybe above all pictorial. It is because Palumbo is a real painter, one who has created a treasure from the lessons of the past; he has acquired and re-elaborated them, carried them forward as a gift to us, with an original and totally new voice. Just as we can see in his Guerriero, who approaches battle not with weapons and a shield but with experience, rich with awareness and fantasy and with an island at his shoulder that is an intact microcosm of hope and peace. Palumbo chooses the myth because that which is absolute has always held an irresistible fascination for him: the game, the perfect ending without an aim, just like art and beauty; the theatre becomes an eternal metaphor of life for him, made up of characters and masks, the voyage, supplier of knowledge and experience; and then the sacred, the Calvary, religion, God. Even though he is an artist who is perfectly at ease in his own historical period, Palumbo is not a cold, detached teller of chronicles but rather a shaman artist. Narrating the wars that devastate our planet today, so horribly close and yet so far from our minds, terrorism or desperate landings, this is not his territory. It is not because these issues fail to touch him, far from it, but because they continue to fail to reach a conclusion. This is the reason why he attempts to go beyond these events. Step onto one of his magical boats, those that bring a human painted eye to its prow and that fly against a background of tempestuous skies dense with tangled clouds or that attempt to pass between sea stacks of rough rocks, rough like the skin of a whipped Christ, as has been defined by the Polish writer and director Lech Majewski. There is a journey through time until we reach that almost intact past, that perfect moment in which happiness still seemed attainable. From there, a bridge is built but one that is difficult to cross. Crossing it is a somewhat like experiencing those impossible challenges that tested the courage and tenacity of the heroes of the ancient tales. This is because in essence, Palumbo is a storyteller but then sometimes he’s a juggler or a sophisticated chef who enjoys mixing seemingly absurd ingredients together, managing to extract a union of fragrances and sublime flavors from them. His works are strong, hypnotic and able to trap our gaze in an infinite spiral of perceptive stimulus, capturing and seducing until we have to give in as in a game of Chinese boxes, succumbing to their subtle challenges. His landscape is space and character with a spirit which is capable of embodying thoughts and emotions. The sky is like God’s own gaze, limpid with joy or clouded with anger. The sea rises up in mysterious storms, on the crest of waves as sharp as knives, that seem able to cut the little boats in two, the approaching coast seems like a tender embrace, a safe womb, a refuge for the shipwrecked or a promise of a thousand dark hiding places, thick with menace. The rocks are at the same time savage nature, left by man, man who has probably passed by them thousands of years before. What remains of his landscape is a door, an uncertain window which opens onto a remote, ghostly, unsettling presence. Then there he is: the Hero. Maybe a God, maybe a demigod and his imminent presence makes the rarefied air of the painting vibrate. It could be Prometheus fallen against a rock, his virile forehead creased in an expression of discomfort, exhausted by the thoughtless use that man has made of knowledge. It could be Vulcan, powerful and proud, sat like a pleased King on his stone throne. Or maybe Polyphemus, down, yes but not beaten with the eye that is still hell bent on meeting the eye of the observer through the patch that should obscure it. Or Ulysses, no longer a person, but a carrier of thoughts of dreams, memories and experience.

 

They are powerful figures sculptured in ice tinted marble; the blind eyes of the rocks declare beyond any reasonable doubt that this is marble, hard material, eternal, permanent. Yet all that we need to do to understand that this is not the case is to take a deeper look. It is in this exquisite obscurity that Palumbo’s magic is at play. Beyond any doubt, the flesh is soft, potentially weak; Proserpina’s is fine and sensual, caught tight in the grasp of her capturer. Such is that of the flesh of the three Graces in Piccole Estasi, painted with languid eroticism, drained despite the perfect ovals of the faces and the hairstyles stolen from those of classical statues. With some irony, the flesh of Hermes turns at three quarters, almost surprised as the observer discovers the Graces liberated from their soft drapery. There is flesh, emotion, farewells, sadness mirrored in a twilight sky, that of Amore and Psyche.

 

This triumphant epic that recounts the myth of the Magna Graecia, that intense story full of pathos, that unravels from the gateway of Apollo to Giardini Naxos until the Castle of Charles the V, is actually  Palumbo’s excuse to tell us that the myth is here, even in our mad and frenetic present day. To demonstrate it the artist plays around the edges, inventing almost magical tricks, so that our perceptive certainties are stopped in their tracks, creating for us Gods and substantial heroes of marble and flesh, telling their stories, and then, like an intense director, he takes incredible close ups, unexpectedly zooms in, taking risky photographic shots with a nod towards advertising and the glossies, spreading scenes of clues that can be read one after another and picture after picture. From all this, we almost have to reconstruct a very intricate crime scene. This is because Hypnos’ head, faithful to the fragment of the head of the actual statue which was discovered, becomes in Palumbo’s painting almost a doll’s head without eyes, the legacy of a cinematic illusion by now history, but it still continues to float in infinite darkness, too thick and too star filled to be a real sky. As we ask ourselves if this is not perhaps a theatrical curtain, if we haven’t been taken in again by the spell, our gaze is allowed to fall upon and remains trapped by the other wing, that which the head has been unable to keep, and we discover it, floating and very real, alive, palpitating with feathers and so credible that one’s hand could almost disappear into it. Dreams and reality run parallel on the canvas, between Freud and the painting of the Surrealists. Yet just a bit further on, here we are, met with a room which is wide open and painted in fiery colors and mobile perspectives, where the external and internal merge, become a hybrid in an enchanting and impossible vision. There is water where there should be rock; a horizon opens up where walls should be. If the suggestion here is metaphysical, then you need only to raise your gaze for a moment to realize that the sky is becoming thicker with clouds of magmatic material and here, the pigments seem to seep out of the painting, overflowing into our space, involving us in an informal upheaval.

 

Painting after painting, history begins to have confines which are increasingly more defined.  Where our minds fail to understand the whole and the more hidden, deeper meanings, the artist invites us to simply abandon ourselves to pleasure, to let ourselves go in the pure pleasure of looking. It is to let emotion and not reason control us, so that we may accept the clean soft brushstrokes of the artist’s hand, to experience it as pure physical pleasure. Palumbo’s work, apart from the precious lessons that it provides us with, is first and foremost art which caresses us and allows us to caress it, wrapping us therein, involving us totally. It is art flooded with skies that are fiery with sunsets and seas that are tempestuous in which, in essence, create in us a desire to trust completely without fear, convincing us that a little bit further on there will be a landing place and a happy one too. In that Goddess veiled in drapery, incredibly sensual, we may see a Venus or a Madonna, it actually doesn’t matter. What does matter is that she takes us by the hand and leads us across that magical bridge that the artist has created, that she enables us to take a step forward towards finding the answers to questions that we have always been asking. The towering Nike enclosed in the backstage of cypresses and rock and placed upon a pedestal of stone has captured us and we are unable to look away from her and turn our gaze but there is no reason to ask why. Let’s leave the whirling sky opened up by a shaft of light above her illuminate us. Let’s allow the rock cove , those spirals, those hour glasses, those waves of  vaguely concentric pace, talk directly to our skin and to our souls and  assure us that everything fatally returns, that the world repeats itself relentlessly, that the past is here, just around the corner, just like the myth. We just need to look for it.unger Games.Hu

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