Home News Biografia Opere Critica
Expo Link Contatti Ciro Palumbo


NUOVE TERRE E NUOVI MARI
Galleria WIKIARTE, Bologna
2013-02-02

Viviamo in un’epoca di oscuri paradossi e labili certezze. La provvisorietà non è più uno status da superare, in quanto premessa necessaria a una stabilità personale economica o di crescita interiore. Viviamo l’insicurezza di chi non ha più eroi cui far riferimento, non abbiamo esempi da seguire né tanto meno da emulare. È l’effimero a permearci con terapie televisive sistematiche a posologia quotidiana. I nuovi eroi hanno l’aura e il carisma di mastro lindo, le autorità garanti sembra quasi che abbiano il compito di fornire la persuasione che il vuoto che dilaga sia, in effetti, lo status ottimale e che in fondo si sta tutti, tutti bene. Si apre un giornale, si ascolta un notiziario e la sensazione è quella di essere proiettati verso un futuro in cui l’unica certezza è quella di esistere solo per se stessi e per pochi, pochissimi, altri. Tutto il resto è oblio, incertezza, sfiducia. Troppo tempo e troppi tempi sono passati senza che nulla fosse fatto per fermare ladri di tempo, di denari e di libertà. I primi dieci anni dall’inizio del terzo millennio si stanno distinguendo per una consapevolezza precisa e quanto mai triste: gli ideali e le speranze degli anni sessanta sono stati inesorabilmente traditi da biechi politicanti e furbi economisti. Un tempo, il concetto di viaggio era di trovare un’isola, una terra o un mare da cui tornare con occhi diversi, migliori, alla maniera di Marcel Proust. Ciò che si cerca ora, invece, è l’evasione per sparire, sfuggire, scappare da un qualcosa che sa di sconosciuto e di falso e che pertanto, solo di bugie può riempire il nostro tempo e il nostro spazio. Si vuol fuggire sì ma per non tornare, tornare mai più. L’unica rivoluzione che si spera avvenga presto non si aspetta che venga dai politici né, tantomeno, da reazionari nostalgici. Ciò che da italiani e da europei dovremmo auspicarci è che dall’arte e dalla cultura dell’arte possa venire un nuovo gemito, un nuovo urlo, che squarci il velo e sveli finalmente un orizzonte nuovo e si possa insieme respirare e continuare il viaggio con fiducia, speranza, tenacia e progetto. Come quell’attimo prima che il maestro dia il via all’orchestra e muova la bacchetta, pochi attimi, un silenzio vibrante e poi i suoni, le tonalità, i colori, le crome e le cromie. Oppure poco prima che una galleria apra un vernissage, quando diviene percepibile il battito cardiaco dei galleristi e dei visitatori, si sente il fremito di chi con l’occhio cerca di capire e di specchiarsi in ciò che vedrà per riscoprire, in finale, di essere ancora capaci di provare emozioni. Ciò che si celebra nella Galleria Wikiarte non è soltanto una mostra di opere d’arte di Ciro Palumbo, ma è piuttosto la risposta data da tre giovani galleristi Deborah Petroni, Rubens Fogacci e Davide Foschi a quest’epoca di tetri paradossi e di labili certezze. Diceva Ernst Ficher scrittore e filosofo tedesco: “In una società decadente, l'arte, se veritiera, deve anch'essa riflettere il declino. E, a meno che non voglia tradire la propria funzione sociale deve mostrare un mondo in grado di cambiare. E aiutare a cambiarlo”. L’Arte ha da sempre una funzione Sociale e sociale, l’arte ha fornito spunti, ispirazioni, ha suscitato idee nuove, quelle migliori. Ha sollevato gli animi e ha cambiato il singulto in grido di rabbia o canto di gioia. Persino lo scienziato, per progettare novi orizzonti scientifici, si relaziona alle discipline in maniera creativa. Galileo e Newton avrebbero reso la scienza migliore, di quanto non lo fosse nella loro epoca, senza la scintilla che muove ogni artista? Pasteur studiò le prime nozioni di filosofia estetica prima di occuparsi di Fisica e di Chimica e che ne sarebbe di Albert Einstein senza il suo estro? Albert Bruce Sabin era figlio di un artigiano e fu grazie a questa parte genetica che decise di non brevettare la sua invenzione, rinunciando allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche, cosicché il suo prezzo contenuto ne garantisse una più vasta diffusione della cura: « Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo ». La mostra “Nuove Terre e Nuovi Mari” è essenzialmente un invito a tornare a respirare, è una esortazione a specchiarci nell’arte e nel fare arte di Ciro Palumbo, perché si possa ritrovare riflessa la nostra vera icona e non quella che altri ci hanno trapuntato addosso. Questa mostra, nel contesto di una galleria come la Wikiarte, assume in questo tempo un valore altissimo, perché vuole far reimparare a sognare, e sia ben chiaro che non è il sognare utopico che è fuga dalla realtà, ma è un sognare che diviene modalità progettuale negli intenti e nei fatti. I quadri di Ciro sono veri inni a riprendere le forze per tornare a camminare, così da purificare muscoli, tendini, ossa e, rinnovato l’involucro, permettere a Eros e Psiche di tornare dall’esilio, per riabitare gli antri magnifici della nostra essenza. Sì perché ogni opera di quest’artista è composta in modo che i ricordi belli e brutti siano l’inizio necessario, perché s’inizi un viaggio. Ogni quadro è un sipario che si apre perché la scena ricominci. Palumbo, con una tecnica che è memore dei grandi coloristi del Manierismo italiano e del Romanticismo inglese, compone l’essenza stessa che regola un’emozione, attraverso un simbolismo sostanziale e leggibile. È così che una statua, che da sola regge la scena dipinta, altri non è che un ricordo divenuto memoria, è la saggezza che rende sicuro il viaggio verso un orizzonte dove si stagliano nuvole cangianti e vaporose. Il tempo che quest’artista dipinge è quel tempo prima che l’orchestra inizi o prima che la galleria apra, è tramonto e alba insieme. E se è la notte ad essere dipinta, nei quadri di quest’artista naturalizzato torinese, il buio non diviene mai tenebra. Ricordo notturni, in cui Ciro aveva dipinto stelle, che dal cielo, come pioggia sottile andavano a inebriare un albero pervaso da un vento. Geniale è il dinamismo che riesce a creare armonia, tra oggetti tipici del tempo ludico dell’infanzia e ciò che è invece tipico di un viaggio che sta per iniziare. Le sue case, viste da dentro, non sono ambienti metafisici, ma piuttosto una realtà che, nella passionalità del fare arte, si riveste di irrealtà, così che la fredda ratio si veste infine della ragione dei sentimenti e si riparte ancora per nuove terre e nuovi mari. (Alberto D’Atanasio)
Indietro

News Letter
Lascia i tuoi dati per ricevere la news letter dello Studio d'Arte Palumbo



Contatti
Studio d'Arte Palumbo 
Via S.Ottavio n.53 10124 Torino

mobile: 347.814.32.78
info@palumbociro.it 

Facebook
Bottega Indaco