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METAFISICHE VISIONI
Manni Art Gallery, Venezia Lido
2013-08-29

Buio in sala. Le immagini sono quelle di un film datato 1930, il regista, alla sua prima prova cinematografica, è il mai dimenticato Jean Cocteau, il titolo della pellicola Le Sang d’un poète. È senza dubbio un film nello stile delle sperimentazioni di Man Ray, Buñuel e Dalì, una pellicola d’avanguardia, di taglio surreale – anche se il regista ha sempre rifiutato questa etichetta. Il film è una sequenza di capitoli che si susseguono come in un sogno, senza una vera e propria continuità. Episodi che sembrano vere e proprie ossessioni, intrisi di metafore, la cui corrispondenza è da ricercare nell’autobiografia di Cocteau. L’intreccio prende l’avvio dalla figura giovane e prestante di un pittore al lavoro su un ritratto femminile: sconcertato perché la bocca del volto che ha disegnato prende vita, la trasferisce dapprima sul palmo di una mano e poi su una statua. Da questo momento la statua lo invita ad attraversare lo specchio e il giovane si ritrova in un bizzarro albergo nelle cui stanze osserva una serie di strani personaggi (un rivoluzionario messicano che viene fucilato, una bambina sottoposta a crudeli lezioni di volo, un fumatore d’oppio, un ermafrodita). Dopo un tentativo di suicidio, l’artista riattraversa lo specchio e diventa testimone di una violenta battaglia di palle di neve fra ragazzi: uno dei bambini muore, e dal suo petto un baro – che sta giocando a carte con una donna, incarnazione della statua di prima – estrae l’asso di cuori. Una sequenza di immagini e di eventi concatenati tra loro in modo puramente onirico, ed è proprio da queste immagini che il pittore Ciro Palumbo trae spunto per alcune sue nuove opere. Certo, la scelta del film non è assolutamente casuale. E se non è tanto importante la trama per la riflessione del nostro artista, è invece senza dubbio fondamentale la ricchezza dei simboli che Cocteau ha messo in campo, e che Palumbo ha raccolto, trasfigurandoli e facendoli suoi. L’atteggiamento del pittore nei confronti del cinema è molto simile a quello che fu dei pittori surrealisti, i quali amavano del cinema la suggestione, il potere ipnotico, la facoltà di portare lo spettatore, isolato nel buio della sala, in un mondo “altro”, in cui i legami con la realtà quotidiana si allentavano per far posto all’immaginazione, al desiderio, alla fantasia, al sogno. Dunque alcuni simboli messi in scena ne Le sang d’un poète danno all’artista la possibilità di intraprendere narrazioni pittoriche nuove e di porsi rinnovati interrogativi sulla forza espressiva ed enigmatica degli oggetti. Lo specchio, per esempio. Simbolo surreale, per eccellenza, per Cocteau rappresenta la “morte al lavoro”, in quanto rivelatore del tempo che passa, del nostro cammino verso la morte. Gli specchi del regista francese aprono un oltre-mondo segreto, fantasmatico, interdetto, che consentono l’attraversamento come se fossero formati d’acqua. Nell’opera Le visioni del poeta – che prende spunto dalla scena del film in cui il pittore si trova di fronte allo specchio – regna in realtà un’atmosfera che ben poco ha da condividere con quella sconcertante e fantasiosa di Cocteau. Una stanza spoglia, una statua a mezzobusto appoggiata su una colonna dorica – reminiscenza figurativa di Alberto Savinio – un cavalletto da pittore che tuttavia non sorregge una tela ma uno specchio: pochi elementi che riescono a farci entrare nel mondo poetico ed espressivo di Palumbo. Un mondo sospeso, in cui si respira un’atmosfera metafisica, di astrazione temporale, in cui lo specchio è la soglia che introduce in una realtà altra, ma può essere anche interpretato come una finestra che guarda lontano nello spazio e nel tempo, nel passato e nel futuro. Come sempre nelle sue tele l’uomo è statua, o meglio la statua è il simulacro dell’uomo, incoronato di alloro a chiarire la sua dimensione di “artista”. E l’artista non si specchia del tutto, il suo viso è rivolto verso l’alto, sfugge alla sua immagine riflessa forse per timore di affacciarsi in quel mondo “altro”. Buio in sala. Dal 1930 al 1983. Da Cocteau a Tarkovskij. Da una poetica onirica e a tratti spiazzante, a una narrazione elegiaca e liricamente ineccepibile. Era pressoché impossibile che Palumbo non rimanesse incantato dal regista che la critica cinematografica ha definito il poeta del cinema, e dal suo capolavoro del 1983, Nostalghia. Così come per il film di Cocteau, anche in questo caso la trama è superflua per il nostro artista. Importanti sono invece i luoghi percorsi da Gorcakov ed Eugenia, o meglio è importante la lettura che Tarkovskij ne dà: una celebrazione lirica della Toscana, vista tuttavia con gli occhi della malinconia verso la grande terra russa. È una Toscana nostalgica, sublimata nella nebbia e nel silenzio, in un’alternanza sapiente di luci e ombre. Sono luoghi senza tempo e spazio in cui il regista fa fluire libera la “nostalghia”, che non è solo il titolo dell’opera, ma l’espressione più profonda di una malattia dell’uomo. Così come accade nella pellicola, anche nelle sue opere l’oggetto meno importante, l’immagine più insignificante diventa protagonista. Ed ecco dunque che una stanza vuota, con due finestre e una piccola barca, diventa per l’artista l’occasione per intraprendere una narrazione pittorica suggestiva. Ciò che maggiormente è apprezzabile in questo lavoro di “recupero di iconografie e atmosfere” è il modo in cui l’artista è riuscito a portarlo a termine: a seguito di una profonda interiorizzazione e di una rivisitazione in chiave assolutamente personale. Diversamente sarebbe stata una copiatura, in questo modo è una intelligente e significativa reinterpretazione. Particolarmente esplicativa è a tal proposito l’opera in cui compare l’Abbazia di San Galgano, uno dei luoghi toscani prescelti dal regista russo come cornice di alcune scene. Palumbo è riuscito a riproporre l’atmosfera contemplativa del film, aggiungendovi tuttavia quel senso di sospensione che ben conosciamo come cifra riconoscibile della sua poetica espressiva. E dunque l’Abbazia non ha come appoggio la terra, ma l’acqua, elemento simbolico che ricorre in quasi tutti dipinti del nostro pittore: perché l’acqua porta via, ma porta anche verso qualcosa, o verso qualcuno (e dunque è il punto cardine del viaggio), ma è anche un elemento di congiunzione, che può trascinare, legare o dividere. La presenza del mare, rende l’Abbazia un luogo irreale, così come sempre sono indefiniti i paesaggi delle sue tele. Perchè per l’artista – così come per Tarkovskij – il luogo non è solo uno spazio fisico, non è solo superficie e materia, ma dietro la sua epidermide si nascondono immagini di sospensioni, attese e presagi. (Stefania Bison)
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