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Il viaggio del giovane vecchio
di Alberto D'Atanasio
GENESIS
di Paolo Levi
"Il viaggio del Giovane Vecchio"
di Alberto D'Atanasio

di Vittorio Sgarbi
L’INQUIETUDINE DEL SOGNO
di Paolo Levi
INSEGUENDO IL SOGNO
di Linda Altomare

di Franco Nicola Ammenduni
LE MAGIE PITTORICHE DI CIRO PALUMBO Dalle Piazze d’Italia all’Isola che non c’è
di Tommaso Paloscia
IL LUOGO DEL NON LUOGO LA CITTA' ALTROVE OLTRE LA REALTA' FISICA: POLIS META-FISICHE' DI CIRO PALUMBO
di Chiara Manganelli
MARE DI PAROLE OCEANI DI COLORI
di Chiara Manganelli
UN FUNAMBOLO DEL COLORE TRA STUPORI, ENIGMI E SOGNI
di Vincio Coppola
IL SOGNO DELL'ANGELO
di Carla Piro
LE NUTRIENTI E LIETE FAVOLE METAFISICHE DI CIRO PALUMBO
di Pier Francesco Listri
MALUM GRANATUM
di Angelo Mistrangelo
Raggiungere il “meta”
di Adriano Olivieri
Le mille e una notte di Palumbo
di Francesca Bogliolo
Microcosmi dagli orizzonti infiniti
di Simone Bertolini
Passione
di Lucia Covella
l'INQUIETUDINE DEL SOGNO
di Paolo Levi
IL SOGNO RITRATTO
di Nicola Davide Angerame
Le Roccaforti del sogno
di Rosanna Dell'Utri

Il viaggio del giovane vecchio
II racconto

di Alberto D'Atanasio

Definire un artista non è mai facile è meglio scrivere di com’è stato pensato e di come la gente comune considera questa figura sospesa tra trascendente e immanente. Anche perché non so dare definizione dell’artista se non per ciò che produce e per il suo percorso iconologico e poi se un artista è l’indefinibile per antonomasia, non si deve spiegare e limitare con troppi concetti perché si rischia di perdere la sua aura di catalizzatore di tutte le tensioni del cosmo, del cosmo intero. ….D’altra parte l´artista da sempre è colui che dà visibilità all´invisibile, libera i sentimenti che non trovano parole e li racchiude in un simbolo, in un colore, in un brano, in un canto, in una musica. L’artista è colui che riesce ad emozionare, a dare forma alle speranze, ai sogni come alle rabbie. È un coraggioso colui che con l’arte ha a che fare perché si espone in primis con se stesso e se non mente sa che il giudice più severo è egli stesso. Un pittore, un poeta, un musicista, un cantautore ognuno ha il dono e il potere di rievocare ricordi, è come se con le proprie opere aprisse armadi e cassetti chiusi da tempo e nel rovistare uscissero fuori oggetti dimenticati, cercati invano e mai trovati. In questo gioco dei cassetti che si riaprono ci si mette a nudo, si svestono i panni attuali e con la barca della memoria si comincia il viaggio. L’Artista è una sorta di radio che riceve sia da spiriti benevoli che maligni e si mette come a disposizione di ispirazioni che appartengono alla invenzione e all´irrazionale e a tutto ciò che l´uomo comune può vivere solo nella fantasia. Gli antichi pensavano che fossero le muse a ispirar tutti gli artisti, dai poeti agli attori financo ai musicisti e ai pittori. In epoca rinascimentale e fino al neoclassicismo si pensò che non fossero le muse ma angeli o demòni che venivano ad ispirare e a condurre cuore, mente e mano dell´artista. Angeli e demoni, figure di luce e tetre forme, entità luminose opposte a quelle tenebrose e l´artista all’una o all’altra sceglie di dar servigio. Ricordo disegni che vedevano rappresentati Beethoven circondato da demoni musicisti che gli correggevano gli spartiti e Niccolò Paganini disegnato con un demonio dietro le spalle che sussurrava all’orecchio la musica da eseguire, Van Gogh interpretato da un Kirk Douglas che ne risaltava l’animo turbato da angeli, demoni e una solitudine temuta e ricercata. D´altra parte parafrasando un brano di una lettera che proprio Vincent Van Gogh scrisse a suo fratello Theo, si potrebbe affermare che l´artista è tale se riesce a carpire l´ineffabile e a dar immagine a ciò che forma e figura non può avere. Una sorta di creatura, l’Artista, che ha ricevuto più di altri la mistica scintilla del creatore e non può che viver male su una terra che poco sa del paradisiaco luogo da cui è pervenuta. Io spero, talvolta, che se un Dio esiste dovrebbe, degli artisti, aver più pietà che per ogni altro uomo o ogni uomo considerare Artista. Così mi piace parlare di Ciro Palumbo, la sua persona e il suo modo di fare, il suo relazionarsi con gli altri è come le sue pitture, fatte di sogno e di immaterialità. Si guarda un quadro e non puoi che immaginare Ciro. Una sorta di uomo con il cuore da bambino. Tempo fa conobbi un cantautore che ha fatto sognare me come tanti altri, Francesco De Gregori, lui ha scritto parole e composto musiche che hanno segnato un’epoca, fatto sognare ragazzi che ora sono padri, e dato modo di materializzare in suoni e componimenti poetici ciò che altrimenti sarebbe restato inespresso, ci siamo immaginati soldati che si sfogavano con un generale, abbiamo cantato delusioni e amori a una donna chiamandola fiorellino… E ciò che non avremmo mai immaginato né detto è divenuto parola. Così canzoni come “signora aquilone”, “rimmell”, “titanic” fino a “sempre e per sempre” sono divenute più che semplici canzoni, la figura e insieme la cornice per momenti divenuti memoria e patrimonio dei ricordi più belli di molte persone. De Gregori ha riassunto in brevi versi il suono stesso che parte dal cuore, arriva al cervello e rigenera tutto l’essere. De Gregori e pochi altri riescono a chiudere in pochi minuti di brano musicale ciò che rende liberi per ore e ore. È questo anche il senso e la vocazione di certi artisti, il permettere a molti di esprimere le emozioni le sensazioni come pure le rabbie e i desideri e le speranze. Ma se Ciro Palumbo sembra il depositario di un fare arte che si realizza con una tecnica assoluta che permette a lui stesso di specchiarsi in ciò che crea, quasi che il Creatore abbia in qualche modo a chiamare lui per divenire l’araldo della creatività, in Francesco De Gregori non è la stessa cosa. Quando lo conobbi ed ebbi modo di parlare con lui trovai un uomo indifferente, scortese e dedito più alle attenzioni delle persone di potere, di partito piuttosto che alla gente comune. Una persona completamente diversa da ciò che facevano pensare le sue opere. Tanto diversa, troppo diversa. Così le volte successive lo guardavo con distacco e sorridevo, lui mi guardava quasi incuriosito dai miei sguardi. Mi riusciva difficile vedere un poeta capace di dar volto a ciò che abita nel profondo di ognuno, era più facile vedere un poeta stronzo, fiero di esserlo; egoista più che egocentrico e che resterà sì nella storia, ma per le sue canzoni e non per come lui sapeva relazionarsi agli altri, un uomo di sinistra con un comportamento spocchioso e superbo come un vecchio borghese di destra. Palumbo è altra cosa, dipinge con la tecnica della tempera ad olio che rielabora in tutti i suoi passaggi dal supporto alle velature fino alle ombre che come per gli antichi sono coscienza e concetto di ciò che le genera. Ogni sua opera riesce ad emozionare non solo per il talento, ma anche perché lui vive la vita così come la dipinge: tra sogno, ricordo e realtà.  Questa mostra è nata da un mio testo scritto tempo fa per una scultura di Franco Filoni. Fui ispirato da due cose la prima: dall’idea stessa del Viaggio che ogni uomo fa, ovviamente non solo spostandosi sulla geografia, da un luogo all’altro; la seconda dal ripensare sugli esiti di un mio viaggio in zona di guerra come reporter.  Vent’anni dopo a pranzo con Ciro si parlava di come i ricordi interferiscono nel presente fino a dilatarsi nel futuro. Una domanda fra tutte era, le esperienze della vita portano a un evolversi della persona o siamo tutti dentro una sorta di binario già costruito e che si ripete ciclicamente dall’infanzia fino all’ultimo dei giorni? E Dio in tutto questo dov’è? Il libero arbitrio è stato veramente il dono più grande che Lui ha fatto all’uomo, oppure l’uomo per liberarsi da quei binari razionali deve invece slegarsi dalla vita e tendere a un Dio che è al sopra della vita reale? Le cose del creato e della natura contengono la scintilla del creatore o sono solo una sorta di palcoscenico, dove l’uomo svolge la sua esistenza che finirà in un nulla assoluto? È infine, se è vero che l’uomo da Dio viene e da Lui stesso un giorno sarà richiamato e poi giudicato in virtù dell’amore che avrà vissuto e donato, sarà dunque meglio vivere d’ideali e di spiritualità piuttosto che di bieche strategie speculative volte più al potere e all’affermazione di sè  che alla comprensione della vita e dell’esistenza? Il vivere è tutta casualità o un disegno volto a capire qual è la vera vocazione per cui siamo chiamati all’esistenza? Non ricordo quanto durò quel pranzo e quali risposte trovammo. Non ricordo cosa né quanto bevemmo. Eravamo sobri, questo lo ricordo e in fondo ciò che importava non era realizzare nuovi pensieri filosofici ma trovar nuove ispirazioni per i suoi quadri e per i miei scritti. Ricordo però che con noi c’erano Kant, Hegel, Kierkegaard, Schopenhauer, Gesù, Budda, Paolo di Tarso e Topolino, Zagor, Tex, Dilan Dog, il libro della giungla e 20000 leghe sotto i mari, principesse e principi, Eros e Psyche , Zeus e i suoi amori, Venere e i suoi amanti, San Michele e Belzebù. Credo mancasse solo Francesco De Gregori, ma seppi poi che era impegnato a incensare un autorevole architetto che inaugurava una chiesa obbrobriosa a Foligno progettata con la stessa passione con cui si concepisce un pub a New York. L’architetto era Massimiliano Fuxas.   Fu dopo quel pranzo che ricordai che quasi 10 anni prima avevo scritto un brano che si intitolava “il Viaggio del Giovane Vecchio” era breve, poco più di una cartella… ricordo che lo scrissi dopo l’ultimo viaggio da fotoreporter nelle terre della ex Jugoslavia martoriata dalla guerra. Cercai quelle due pagine  scritte a macchina perché il pc in quegli anni era ancora materia del futuro.  Dopo 4 traslochi gli armadi e le librerie diventano grotte oscure, antri della memoria, magazzini dove si è stipato di tutto più per istinto di conservazione dei ricordi e della propria identità che per amore dell’ordine. Cerchi una cosa e ne trovi mille altre che avevi dimenticato o pensavi di aver perduto e l’unica immagine che torna in mente è una giornata persa a cercare ciò che ora spunta in maniera spontanea e sfrontata. Quelle cose perdute e poi ritrovate hanno la capacità di evocare ricordi lontani. Non hanno il fascino misterioso dei reperti antichi che De Chirico descrive nella sua “metafisica”, sono cose più semplici. Non hanno nemmeno il sapore della storia universale, né il mistero di manichini posti in una vista prospettica teatrale. Le cose perdute che si ritrovano hanno il gusto dei sentimenti, di sensazioni che non possono trovare parole per definirsi, semplicemente si provano nell’intimo, in mezzo al petto, zona sterno e da lì poi i brividi corrono dalle braccia alla schiena, dai piedi ai capelli. Si ritrova un oggetto e si evoca una storia, come si partisse per un viaggio. E anche se si ha l’animo rivestito da più corazze capita, talvolta, di riscoprirci  capaci di provare ancora emozioni, qualche volta cadono le difese fatte di orgoglio e di amor proprio, cade la spocchia e la superbia, cosa che forse, e dico forse, non è ancora accaduta a Francesco De Gregori, e si riscopre quella immagine personale che nessuno specchio sa riflettere. Basta una foto, una penna, un gioco logoro e rotto, una cartolina, un quaderno con scarabocchi che in un tempo lontano avevano lo stesso sapore degli arabeschi. Cose che non rievocano miti, né vogliono denunciare società malsane o un potere iniquo, semplicemente ci vogliono dire che noi siamo in quanto capaci di provare ancora emozioni nonostante tutto e tutti.   Così sono i giocattoli e gli oggetti che  Ciro Palumbo dipinge nei suoi quadri. Spuntano come nature morte da una barca o da una valigia, cadono da una nube o emergono dalla chioma di un albero da cui piovono stelle. A mio parere la pittura di Ciro Palumbo non è Metafisica né tantomeno Surrealismo,  se vogliamo storicizzare l’analisi del suo fare arte è altro su cui si deve riflettere. Quest’uomo ha mantenuto un cuore da ragazzo e ogni tanto si ferma a respirare e riposare sotto un albero, mentre è lì riflette, si slaccia le cinte che tengono spada e pugnale, toglie lo scudo e pianta la lancia in terra. Scopre che il mondo su cui vive è alieno e lui lo è per il mondo, e piuttosto che fuggire o continuare ad alienarsi inventa la sua realtà perché ci si possa perdere per poi ritrovarsi.   Così ragionando sulle cose dette a quell’affollato pranzo e riflettendo sui quadri di Ciro che quel giorno ripresi quel mio brano, lo riportai sui programmi di scrittura del mio computer e cominciai a rileggermi. Non fu facile perché, almeno per me, è come rimescolarsi dentro giù nel profondo e trovare cose che non avrei voluto scrivere o che non avrei voluto pensare. In genere da questi oscuri pensieri ne esco ghignando sul fatto che pochissimi leggono oltre il titolo, e anche tu che leggi, se sei già arrivato fin qui, sei già una rarità, complimenti. Il giorno dopo comunque portai il brano a Ciro senza correzioni né rimpasti, mi fece entusiasmare il ricordo di una sera a Torino, dopo aver passato l’intera giornata nel suo studio tra luci, telecamere, olii diluenti e quadri dappertutto. A cena in pieno centro storico a Torino in un locale napoletano, si parlò della simbologia del cerchio in relazione a quella del circo e dei suoi personaggi, dagli equilibristi ai funamboli, dai domatori alla donna cannone, tanto per citare De Gregori, fino ai Clown. E c’erano tutti dai filosofi ai super eroi, c’era anche Francesca Bogliolo giovane dottoressa in Beni Culturali, un attore, Caludia Giraudo e il figlio di Ciro Palumbo, mancava solo il nostro Francesco De Gregori. Finita la cena si camminava verso il parcheggio, Ciro era davanti a me con un giaccone, jeans e una borsa a tracolla, a fianco suo figlio, dieci anni con un giaccone, Jeans e una borsa a tracolla. Li guardavo parlare come due che hanno da raccontarsi tanto senza tempo né tempi… Non si capiva più chi era l’adulto e chi il bimbo. Sentii la fredda lama della nostalgia di mio figlio e tirai su il bavero per proteggermi da un freddo che non c’era. Quando gli diedi il brano chinò il viso come a volerci entrare dentro aveva lo sguardo di un Giovane Uomo che ha ancora un cuore da Bimbo. Ci mise poco a leggere, il viaggio cominciò.   .... Il Giovane Vecchio non si stupiva più, era stanco e si fermò…     Era l’alba il Giovane Vecchio si sentiva ancora stanco E non proseguì il viaggio. Viaggiare innalzarsi verso nuovi spazi Era ciò che più l’inebriava. Ora solo l’idea di spostarsi gli procurava dolore. Eppure ha avuto tanto dalla vita E chissà quanto la vita è disposta ancora a donargli Ma è stanco e il vuoto piano Stava riempiendo il suo cuore d’amante. Assorto siede in rive al mondo con la testa tra le belle mani Il Giovane Vecchio si sentiva smarrito Un vento tiepido diede voce alle cose che gli dissero: “arrenditi sei un nulla nella nullità dell’infinito. Tra poco si sveglierà il mondo. Verrai trafitto dai sorrisi di convenienza dei mestieranti della politica, soffocato dal fumo di frasi di circostanza, schiacciato dall’indifferenza degli opportunisti. Freddato dell’ipocrisia di furbi amici. Hai fatto pochi passi e sono passati veloci gli anni. Tutto finirà e sarai dimenticato. Il tuo destino sarà solitudine e malinconia.” Il Giovane Vecchio era ormai adagiato sul suo fondo Il tempo passato né poco né tanto, né tanto né poco   Lo aveva reso simile ad un antico monolite, carico di significati e di staticità. Non aveva novità da raccontare né poteva ascoltarne. Era così e basta. Come un punto alla fine di una frase. Il cambiamento non era previsto Nella commedia che doveva recitare. Allora estrasse la spada lucente e si sentì ridicolo Come se mille occhi lo stessero fissando. Ma nello specchio della lama vide riflesso un viso, era il suo. Era la maschera dimenticata che tanto amava indossare. D’improvviso il nero si aprì E la gioia come un suono armonico Cominciò a fluire nel suo essere. Le nubi squarciarono e tenui La luce filtrò illuminando Il Giovane vecchio finalmente aveva capito Non era certo il tempo e i ricordi che potevano renderlo nuovo. Ma l’esperienza dell’amore vissuto in ogni attimo. “il mondo che si risvegli pure” Pensò il giovane vecchio “lo aspetteremo insieme Io, il mio cuore da innamorare e le cose in cui credo. E dopo ci saranno i nostri figli e quelli che ci hanno creduto La nuova commedia sarà scritta con l’amore e non più col sangue. Vedremo quale durerà più a lungo.” Il giovane vecchio si accorse di non essere più solo altri colorati dalla sua luce, con lui si stavano elevando. Come albero e come uccello  moriva e rinasceva. Era sole e luna, era acqua e fuoco, era Giovane Vecchio e Vecchio Giovane, era terra e mare era buio e luce. Il Giovane Vecchio non era più stanco E proseguì per il Viaggio.   La genialità della pittura di Ciro Palumbo si spiega nel percorso di quest’artista che nasce come grafico pubblicitario ed è approdato alla pittura riscoprendo le tecniche antiche di raffigurazione e facendo in modo che il dipingere tornasse a condurre l’osservatore alla meraviglia e all’introspezione. Un’altra curiosità dell’opera di quest’artista è quella di unire in maniera armonica, l’idea concettuale con quella del simbolo che rievoca il ricordo e di conseguenza suscita un sentimento, una emozione. È quella storia che comincia quando l’uomo incontra se stesso attraverso i sentimenti che forma l’essenza della filosofia estetica di questo artista. Ciro stende i colori con la sapienza che fu di Tiziano Vecellio e di Velazquez. E se la metafisica che le sue immagini fanno ricordare è sicuramente di Savinio da cui prende la poeticità e l’allegria e rifugge piuttosto dalla silente mestizia, misterica di De Chirico. Con la sua rappresentazione di oggetti e scenari dal sapore ancestrale e con gli elementi dell’arte classica, Ciro Palumbo è piuttosto una sorta di nuovo romantico il quale non potendo cantare la sua canzone a un pubblico divenuto sordo e afono, costruisce il suo mondo nella tela e in questa mostra egli mette tutta la poesia, la malinconia e la speranza di chi per il viaggio parte. Ecco perché ci sono valige piene di stelle o di giocattoli usati, ecco perché ci sono barche con marinai antichi, come pure antiche sono le statue che lui raffigura. Le sue barche non sono sempre sull’acqua perché sono imbarcazioni capaci di navigare su mari, su fiumi come sulla terra. Le sue barche sanno anche volare e portare marinaio e carico dove noia, tedio e fretta non possono arrivare. Così le statue non sono rievocazioni di opere classiche quanto il voler far sì che tutto ciò che è ricordo e vita vissuta resti oltre il tempo e i tempi, oltre l’oblio dei sentimenti e della grande consolatrice. I quadri che Palumbo dipinge sono luoghi della memoria più idonei a chi vuol fare una sosta e poi ripartire ancora una volta per un altro cielo, un’altra terra, un altro mare. Ripartire per altre rive, altre isole, altre maree da naufragare e poi ancora e una volta ancora.
GENESIS
Un percorso spirituale

di Paolo Levi

La pittura metafisica di Ciro Palumbo descrive con molta efficacia la fine dell’idolatria pagana, il crollo dei falsi simboli di divinità, travolti dalle stesse forze naturali che essi stessi rappresentavano. L’artista organizza con precisione lo spazio con una cadenzata alternanza di pieni e vuoti, che sembrano ristabilire un ordine all’interno del disordine generale. L’opera è fitta di simboli e reminescenze tramite i quali il pittore riesce efficacemente a sintetizzare secoli di storia, facendo convivere spunti mediati dal reale e particolari fantastici, stimolando la capacità di interpretazione dell’osservatore. Il lavoro di Palumbo trasmette una sensazione di inquietudine e il senso di una fatalità inevitabile per la distruzione di un mondo che ha perso i suoi atavici riferimenti mitici, ma che attraverso il fenomeno del sincretismo se ne è riapproppriato per rivestirli di nuovi significati.
"Il viaggio del Giovane Vecchio"
Interludio

di Alberto D'Atanasio

Definire un artista non è mai facile è meglio scrivere di com’è stato pensato e di come la gente comune considera questa figura sospesa fra trascendente e razionale. Anche perché io non so dare definizione dell’artista se non per ciò che produce e per il suo percorso iconologico e poi in una vita sempre più razionale dove non c’è più posto né per fiabe né per favole, l’artista diviene indispensabilmente l’indefinibile per antonomasia. L’Artista non si deve definire egli è come un varco tra la vita che scorre trasportata dal tempo e dai tempi e la fantasia che è sede delle speranze e dei sogni di ognuno. Neruda diceva che la poesia non va spiegata perché si comprende dall’emozione che suscita così, è per l’artista che dipinge, scolpisce crea immagine o che scrive non si può definire altrimenti perde la sua aura di catalizzatore di tutte le tensioni del cosmo, del cosmo intero. ….D’Altra parte l´artista da sempre è colui che dà visibilità all´invisibile anche a quei desideri da tener celati perché fanno arrossire la comune morale. È una sorta di radio che riceve sia da spiriti benevoli che maligni e si mette come a disposizione d’ispirazioni che appartengono alla invenzione e all´irrazionale, e a tutto ciò che l´uomo comune può vivere solo nella fantasia. Gli antichi pensavano che fossero le muse a ispirar tutti gli artisti, dai poeti agli attori financo ai musicisti e ai pittori. In epoca rinascimentale e fino al neoclassicismo si pensò che non fossero le muse ma angeli o demòni che venivano ad ispirare e a condurre cuore, mente e mano dell´artista. Angeli e demòni, figure di luce e tetre personificazioni, entità luminose opposte a quelle tenebrose e l´artista all’una o all’altra sceglie di dar servigio. Ricordo disegni che vedevano rappresentati Beethoven circondato da demoni musicisti che gli correggevano gli spartiti e Niccolò Paganini disegnato con un demonio dietro le spalle che sussurrava all’orecchio la musica da eseguire, Van Gogh interpretato da un Kirk Douglas che ne risaltava l’animo turbato da angeli, demoni e una solitudine temuta e ricercata. E poi parafrasando un brano di una lettera che proprio Vincent Van Gogh scrisse a suo fratello Theo, si potrebbe affermare che l´artista è tale se riesce a carpire l´ineffabile e a dar immagine a ciò che forma e figura non può avere. Una sorta di creatura, l’Artista, che ha ricevuto più di altri la mistica scintilla del creatore e non può che viver male su una terra che poco sa del paradisiaco luogo da cui è pervenuta. Io spero, talvolta, che se un Dio esiste dovrebbe, degli artisti, aver più pietà che per ogni altro uomo oppure ogni uomo considerare Artista. Ma ciò che l’artista produce e dona suo malgrado l’umanità talvolta non corrisponde con il suo modo di fare e di relazionarsi con le persone quasi che l’opera d’arte sia essa una immagine o una musica o una poesia sia esattamente l’opposto della persona che l’ha creata. Come se un orco fosse stato pervaso da un demone benigno e l’abbia ispirato e non ci fosse alcuna relazione tra creatore e la cosa da lui creata. Così mi piace cominciare a parlare di Ciro Palumbo la sua persona e il suo modo di fare sono come le sue pitture, fatte di sogno e d’immaterialità. Tempo fa conobbi un cantautore che ha fatto sognare con le sue opere me, come tanti altri, Francesco De Gregori, lui ha scritto parole e musiche che hanno segnato un’epoca, le sue canzoni hanno permesso ai ragazzi che ora sono padri di dire, all’oggetto dei loro desideri, concetti che altrimenti sarebbero restati muti, e fatto in modo di materializzare in suoni e versi ciò che altrimenti sarebbe restato inespresso in termini di rabbie, speranze e libertà e non solo nei fatidici anni ’70, ma ancora oggi. Così canzoni come “signora aquilone”, “rimmell”, “pablo”, “quattro cani per strada”, “titanic” fino a “sempre e per sempre” sono divenute più che semplici canzoni la figura e insieme la cornice per momenti divenuti memoria e patrimonio dei ricordi più belli di molte persone. De Gregori ha chiuso in brevi versi il suono stesso che parte dal cuore e arriva al cervello e rigenera tutto il corpo. È questo anche il senso e la vocazione di certi artisti, oserei dire di quelli che restano nella storia, cioè il permettere a molti di esprimere le emozioni le sensazioni come pure le rabbie e i desideri e le speranze. Ma se Ciro Palumbo sembra il depositario di un fare arte che quasi lo supera e che celebra in ogni opera con una tecnica che permette all’opera di generarsi stesura dopo stesura per altri artisti non è la stessa cosa, lui stesso si stupisce di come la creazione abbia scelto lui per divenire l’araldo della creatività. Le sue opere sono come la materializzazione di una idea che dall’assoluto, o dall’infinito si canalizza nell’artista, Ciro Palumbo non fa altro che dare materia e figura all’idea. E un poco come fu per Michelangelo Buonarroti lui liberava l’idea dalla materia che la opprimeva quasi che il marmo in più, fosse un involucro che imprigionasse una figura eterna, che nella grezza materia è imprigionata. In Francesco De Gregori non è la stessa cosa. Quando lo conobbi ed ebbi modo di parlare con lui trovai un uomo diffidente e indifferente, scortese e dedito più alle attenzioni delle persone di potere, di partito piuttosto che alla gente comune. Una persona completamente diversa da ciò che facevano pensare le sue opere, tanto diversa, troppo diversa, tanto che le volte successive lo guardavo con distacco e sorridevo e lui era quasi incuriosito dai miei sguardi che non vedevano più un poeta capace di dar volto a ciò che nel profondo di ognuno vedevo un poeta stronzo ed egoista e che resterà sì nella storia, per le sue canzoni e per la sua incoerenza nella relazione con gli altri. Palumbo è altra cosa, dipinge prendendo la tecnica della tempera a olio che rielabora in tutti i suoi passaggi che non sono pochi e quindi ogni opera richiede tempo e meditazione fino all’ultima stesura di luce e lucidi. Forse è questo che fa sì che Ciro Palumbo risenta più che De Gregori dell’arte che crea. Questa mostra è nata da un testo che ho scritto tempo fa per una scultura di Franco Filoni mi ispirò il viaggio del giovane vecchio, un guerriero che si siede e prova a specchiarsi anche nella lama della sua spada e riflette sul tempo passato e che passerà. Sono passati 20 anni e nel gioco dei ricordi parlando con Ciro è venuto naturale parlare della vita e di colui che arrivato a un certo punto del Viaggio si ferma e si guarda indietro per vedere cosa è successo e provare a intravedere cosa accadrà. Così dal quel brano nasce o meglio riparte il viaggio del giovane vecchio o del vecchio giovane e Ciro Palumbo dona immagine a ciò che altrimenti resterebbe solo parola scritta, ma si sa che la istoria per essere narrata delle figura abbisogna… La genialità della pittura di questo artista si spiega nel suo percorso professionale, è nato come grafico pubblicitario ed è approdato alla pittura riscoprendo le tecniche antiche sia della raffigurazione sia dela tecnica a tempera a olio. Il suo modo di fare immagine torna a condurre l’osservatore alla meraviglia al gioco dei ricorddi sommersi dal presente, allo stupore e quindi all’introspezione. Un’altra peculiarità dell’opera di quest’artista è quella di unire in maniera armonica, l’idea concettuale che fu dell’arte metafisica con quella che fu la base del concetto dell’arte surrealista, due movimenti che Palumbo fonde usando l’amalgama della melanconia e della nostalgia quasi che in lui, dipingendo, cantino in un’unica voce, il suo essere bambino, ragazzo e uomo. “Se la metafisica si realizza nella rappresentazione di oggetti e scenari propri di una realtà che è fatta di una verità nuova che si cela in ogni oggetto, figura se solo si riesce a vederli o a immaginarli al di fuori del loro contesto”, spiega Giorgio De Chirico, e il surrealismo fu invece ricerca del non senso delle cose, del rapporto tra visione e racconto, della creazione di situazioni inattese e impossibili, della valorizzazione degli aspetti onirici e di ciò che cambia l’imagine in imago, magia come scriveva Renè Magritte, in Ciro Palumbo queste due correnti artistiche diventano concetti basilari su cui l’idea ispiratrice prende forma. Le opere di questa mostra sono anche l’evidenza del percorso artistico di Palumbo e non stupisce se in ogni quadro l’osservatore ci si rotrova perché lo stesso racconto “il viaggio del giovane vecchio” è fatto come le opere dell’artista, di umanitas, di cose comuni, di oggetti e di figure che fanno il quotidiano e diventano ricordi con la vita che passa. Ma il compito che si è prefissato quest’artista è di dare rilievo a quell’emozione che è anche se uguale per tutti, rende ogni persona diversa per se uguale. Come se ciò che rende diverso effettivamente un uomo dall’altro è anche ciò che lo unisce e cioè il provare emozioni, sensazioni, sentimenti. Ogni elemento e simbolo nei quadri di Palumbo è avulso dalla casualità. Il cielo diventa così, lo sfondo, dove il tempo scrive gli aneliti dell’uomo con gli astri che passano e le nubi che segnano i tempi. L’acqua è il passaggio, simboleggia il cambiamento. Le statue sono la storia antica, che da voce a quella ancestrale, le statue sono la religiosità che si mischia con il misticismo antico e diviene magia e miracolo allo stesso tempo. I giochi sono la fanciullezza di cui si ha bisogno per fermare Crono e lasciare che sia Apollo o Dioniso con le loro ninfe e muse a guidarci nel Viaggio della vita, perché è nelle cose piccole che si specchia l’infinitamente grande. Nella filosofia che dipinge Palumbo Ares smette, almeno per un poco, i panni da guerriero e indossa quelli del giardiniere, e ci da l’illusione che sia per sempre. In questo modo il quadro può divenire una sorta di finestra sull’irrealtà del tempo che fu e su i sogni che ancora restano da vivere. Nelle opere di quest’artista c’è la consapevolezza di essere uguali e diversi nell’animo, c’è la priorità e il rispetto per le cose che nutrono l’anima e la mente perché gli interessi materiali diventino necessità e mai superiorità. Perché nella favola che Ciro vuole raccontare, si legge che è questo che salverà il mondo e renderà finalmente ogni creatore, ogni creativo simile alla cosa da lui creata, Ciro Palumbo l’ha capito e ce lo racconta con la sua fiaba, con il suo viaggio, il viaggio del giovane vecchio, l’interludio.



di Vittorio Sgarbi

Ciro Palumbo è un affabulatore di momenti astorici e atemporali. Ci troviamo qui di fronte a una pittura dove l'ispirazione metafisica si esplica in un insieme immaginifico e surreale, in una messa in scena di elementi figurali che non riconducono a significati precisi. L'artista mette in atto un gioco plastico e visionario di presenze, che rivela esplicitamente una consonanza con Giorgio de Chirico e con Alberto Savinio. Dal primo, Palumbo ha ereditato la bella stesura pittorica, il senso geometrico della struttura spaziale, e da Alberto Savinio il modo curioso di ammiccare con le immagini, in un gioco voluto e ben calcolato di contraddizioni. La caratura concettuale di queste composizioni è decisamente intensa, ma questo non basterebbe a reggere una disamina critica, se non si basasse su un intingolo pittorico che privilegia i toni intensi e senza sfumature, applicati con maestria sulla struttura narrativa del disegno preparatorio. Meditativo nel procedere, questo artista usa i colori acrilici ma, come spiega egli stesso, il primo abbozzo nasce dal colore ad olio. Capace di esaurire tutte le potenzialità della tavolozza, le sue velature controllano ed esaltano la stesura cromatica, che gioca sempre di contrappunto fra tono e tono. Ogni quadro rievoca la classicità in un assemblaggio apparentemente incongruo di elementi compositivi plasticamente forti. È un impianto che poggia su elementi figurali tipici della metafisica dechirichiana, interni geometrici, sfondi naturali, sculture marmoree, ruderi e colonne squadrate, ma anche sul giocoso accostamento a balocchi colorati, barchette, palloni, e tasselli da costruzione. Lo spazio che circonda questo mondo colorato è però ampio e in gran parte abitato dal vuoto, che allude ad assenze senza ritorno. Sono architetture senza tempo, dove la qualità pittorica si rivela in una delineazione estremamente precisa, senza sbavature. Pittore di tradizione, che si rifà evidentemente alla lezione psicanalitica sulle simbologie oniriche, egli non insiste tanto sull‚immaginario archetipico, quanto sull‚esplicitazione freudiana dell‚inconscio, sull'esplorazione del rimosso. I suoi sogni sono costruiti a tavolino, come la narrazione di una irrealtà ormai acquisita alla consapevolezza. Sono fiabe colte che si avvalgono dei reperti della Grecia antica, quella dei viaggi e degli assedi omerici, ritrovati in tutto il loro sapore fiabesco, quindi provocatoriamente estranei a una seriosa lettura critica o filologica. Infatti, e in modo persino ossessivo, egli ripete in molte composizioni il tema dell‚isola, già caro a Böcklin, ma non più tanto nel significato intimista, privato e nevrotico di un sogno da cui non si riesce a uscire, quanto piuttosto col gusto di una citazione, di un omaggio ai maestri e ai poeti che hanno ripreso quel tema, trasformandolo in una sorta di metafora dell‚esplorazione e del tentativo di appropriazione dello spazio. O forse questa inquietante presenza in mezzo al mare non è neppure una citazione culturale, quanto piuttosto il senso di una meta utopica, fortunatamente irraggiungibile, di un viaggio nella conoscenza di sé, dove conta molto di più il percorso dell‚arrivo. In questo consiste anche il senso del fare arte, che si fonda proprio sull‚inesauribilità della ricerca, sulla natura incompiuta della creazione umana. La classicità metafisica di Palumbo ci fa dunque riflettere sulle ragioni stesse della nostra cultura così radicata nel Mediterraneo, nel rapporto fra il cielo il mare e la terra, fra il passato e il presente, fra la delusione e l‚illusione, fra la follia e la ragione.
L’INQUIETUDINE DEL SOGNO


di Paolo Levi

Ciro Palumbo è un artista che ama la provocazione, ma non tanto nel senso di una sfida, quanto come intento di sedurre. Egli proviene, o per meglio dire, si è immesso da tempo nella tradizione metafisica: gli interni abitati solo da oggetti inanimati e da sculture classiche, i paesaggi marini con un’isola, sono evidenti richiami a Giorgio de Chirico e ad Arnold Böcklin. Ma nel suo modo di concepire l’arte pittorica – lavorio continuo e meditato, fatto di applicazione, di studio del colore e degli spazi, di preciso calcolo delle alternanze fra pieni e vuoti, di calibratura dei toni, dell’ombra e della luce – egli lascia anche trapelare la sua devozione ai maestri del museo della storia dell’arte italiana, e più in particolare alla tradizione rinascimentale, quando la creazione artistica rispondeva a leggi prospettiche e compositive ineludibili. Le sue espressioni figurali riferiscono quindi di una cultura profondamente assimilata e di un percorso meditato e coerente alla ricerca dei sottili legami che collegano l’arte classica alla modernità. Da un punto vista strettamente stilistico, egli non sembra appartenere al nostro presente – del resto la sua eleganza è felicemente lontana da certe esibizioni che ci sottopongono gli artisti di oggi – e tuttavia va sottolineata la qualità concettuale della sua ricerca tematica e visiva, che si svolge in un contesto impregnato di emotività e di sensibilità tutta contemporanea. Quando affronta la tela non lascia nulla al caso: i suoi pigmenti variegati e aggreganti completano un’intensa trama segnica, perfettamente preordinata. Le isole, il mare, gli oggetti nelle stanze vuote, le statue di memoria ellenistica, si compongono in strutture rigorosamente equilibrate, sia dal punto di vista spaziale, sia della coerenza contenutistica, dove le immagini traducono i simboli onirici in allegorie dell’assenza e del silenzio. Le finestre che si aprono verso il mare, le costruzioni circondate dagli alberi, i cieli spesso ombrosi di nuvole, segnano un universo di linee, di masse, di colori forti, di stesure tutt’altro che semplici. Ma questo non è sufficiente per continuare a ripetere la sua adesione agli stilemi della metafisica, in quanto i suoi fondi contrastano con le masse cromatiche uniformi e asettiche, che caratterizzano gli oggetti in primo piano, seguendo una linea tonale diversa e mossa da sovrapposizioni di colori ben leggibili. A livello esclusivamente visivo, se si accolgono otticamente queste campiture, ci si accorge come Palumbo abbia anche seguito la lezione tecnica dell’Informale. Ciro Palumbo non è solo un pittore, ma di fatto un poeta che riflette, agisce e compone per coniugare metafore sull’inafferrabilità del tempo e l’incommensurabilità dello spazio, mostrando quindi la sua capacità di approfondire l’osservazione non tanto della natura, quanto delle impressioni immaginifiche che provengono dalla memoria di un tramonto o di un’alba sul mare. Emblematica a questo proposito l’assenza totale dell’uomo: solo effigi statuarie evocano i sentimenti congelati di amori inesprimibili. Il vuoto e l’assenza però si aprono talvolta al gioco, insinuando la malizia di un teatrino, di una barchetta, di un Pinocchio, di una palla, di un cappello da illusionista. In tutto questo c’è forse una rievocazione dell’infanzia, come momento magico di verità. A questo si aggiunge il sospetto che anche le citazioni classicistiche vogliano rimandare a un mondo arcaico più sapiente e più semplice da capire, a una sorta di infanzia dell’umanità, popolata da demoni e divinità protettive. Un mondo legato ai cicli della natura di cui rimangono solo le immagini archetipiche dei nostri sogni.
INSEGUENDO IL SOGNO
Il Mondo Pittorico di Ciro Palumbo

di Linda Altomare

Il percorso artistico di Ciro Palumbo può essere considerato un percorso che è destinato a non fermarsi, a non perdersi nel mare dell'inconcludenza, a non scontrarsi con il muro dell'incomprensione. E' sempre difficile, anche se spesso agognato, incontrare artisti che possano fregiarsi di questo "nobile" appellativo, appartenuto a uomini che dell'arte hanno fatto una ragione di vita, che l'arte l'avevano nel cuore e nell'anima e non solo nella mente. Incontrando Ciro Palumbo è sempre un arricchirsi lo spirito, è volare con la fantasia, è sentirsi liberi dentro. - La tua pittura appare corposa, tattile eppure ha il potere di catapultare lo spettatore nel Sogno, fa rincorrere i ricordi; come lo spieghi? - Forse nel mio desiderio di raccontare delle storie. Mi piacerebbe scrivere un libro di racconti, di illustrare sogni surreali con parole e suoni. Inoltre non c'è niente di meglio nel cominciare con "C'era una volta..." ed ecco l'entrata in gioco dei ricordi, che diventano fondamentali. - Le immagini che proponi "profumano" di simbolismo, di metafisica: è un aroma destinato a perdersi nell'aria? - No, assolutamente. È la scia che stò seguendo e che mi piacerebbe continuare a scoprire. Credo che l'uomo abbia bisogno di simboli, o almeno ne senta il bisogno. I simboli gli servono per afferrare ciò che altrimenti non sarebbe rappresentabile; e se poi oggetti e figure, seppur inconsueti, sono rappresentati in una magica suggestione, il mix è tale da creare quell'aroma "Metafisico" persistente nel mio studio. - Ti sei accostato a queste correnti artistiche per vicinanza di intenti o è stato un percorso naturale? - Credo fondamentalmente che la frequentazione dello studio del mio maestro A. Nunziante, abbia influito (dopo numerose chiacchierate davanti al cavalletto) nel cercare di capire un' opera di Savinio o di Giorgio De Chiririco. E poi sugli scaffali pieni di libri del mio studio, i due maestri hanno un posto d'onore. Prima sfogliando i libri e poi ammirando (per fortuna) dal vero alcune opere, sono rimasto colpito dall'atmosfera, la poetica, il " profumo" di quella luce, di quell'attimo. E poi i colori e la filosofia di fondo ti penetrano e naturalmente cominciano a costruirsi sulla tua tela delle immagini che ti riportano a quelle tematiche. E' un processo naturale, per chi ci crede. Tentare oggi di dipingere e di parlare di una "nuova metafisica", certo non è compito mio, diciamo che io dipingo un mondo che forse tenta di ripercorrere quelle vie. - Ciò che mi ha sempre colpito dei tuoi quadri sono i cieli; quel turbinio di colori che sembrano soffiati, quelle forme scomposte eppure così in armonia con l'intera composizione. Parlacene. - Il cielo è uno dei personaggi dei miei dipinti. E' l'elemento, seppur impalpabile, che determina lo stato umorale dell'opera. In alcuni casi è un "fondo" che mi serve per esaltare il soggetto, ma pur sempre vitale, presente. Il cielo è il "sogno", è l'aria aperta è l'avventura del viaggio. E poi mi piace inventare architetture fatte di nuvole e farle attraversare dalla luce, come una forza positiva che esplode. - Per molti artisti l'arte a volte è sofferenza, anche fisica, io invece ho sempre pensato che creare il bello potesse solo far gioire, far sentire felici; cosa è per te creare un'opera d'arte? -Ho in mente l'opera creativa divina della nascita di un bambino, il meraviglioso momento del parto, che attraverso la sofferenza giunge ad una felicità assoluta. Mi sento di usare questo paragone per il grande rispetto che ho per ogni momento creativo che riempie la vita di un uomo. In realtà credo che creare sia uno sforzo che parte dallo spirito, è pensiero ed opera di mano. - Ammirando le tue opere sembra che siano state create nel momento in cui i ricordi si riflettono negli occhi; è così oppure c'è una lunga e sofferta preparazione? - Ogni volta che mi accingo a lavorare su un'idea è già avvenuto tutto il processo di costruzione del quadro. Facilmente mi innamoro di una luce, di una atmosfera, a cui aggiungo i miei oggetti che puntualmente aspettano il loro turno. Poi tutto avviene meccanicamente. Quando mi concentro su un concetto, ripetutamente disegno e dipingo oggetti ed ambienti fino a quando non esaurisco il desiderio di comunicare.



di Franco Nicola Ammenduni

Viene spontaneo chiederci, in questi nostri giorni di ansiosa ricerca, se alcuni codici di crittografia pittorica - da molto tempo definiti "moderni" - non incomincino, in realtà, ad essere alquanto frusti, cioè visti e rivisti da troppo tempo, fissi ormai in un clichè di elucubrazione: Si deve immediatamente aggiungere, però, che risulta alquanto difficile ed implica pertanto una certa dose di coraggio, non solo il fare una affermazione come questa, ma soprattutto di dipingere in modo che sostenga un tale postulato, cioè in maniera onesta, che non segua correnti di clans e non giochi a darla ad intendere. La pittura di Ciro Palumbo si distingue per la sua concezione estetica, che è in aperta polemica con alcune aberrazioni alle quali assistiamo, da troppi anni ormai, sotto l'etichetta di vera arte d'avanguardia. Palumbo intende essere d'avanguardia facendo della pittura sul serio, cioè creando un suo diagramma di toni, che si fondono per armonizzare e cambiano per trascolorare. L'interpretazione di "ciò che esiste" diviene iperrealismo e quindi irrealtà e sogno. L'iperrealismo infatti (se non fosse il caso di ricorrere ad una definizione, ben sapendo che l'arte sconfigge ogni definizione o formula), diviene mondo astratto, perchè leviga il dettaglio ed esalta i contorni o i piani sino a creare felicissime iperboli. Nato a Zurigo nel 1965 frequenta a Torino le scuole superiori di Disegnatore Pubblicitario che lo fanno approdare alla professione per alcuni anni. Ciro Palumbo possiede un mestiere, ma non permette mai che questo mestiere diventi il confine della sua anima; al contrario, lo vuole mezzo espressivo per riflettere il proprio spirito, prima ancora di lasciar traspirare la sua personalità. E l'artista si cimenta su di una panoramica compositiva, il cui orizzonte include soprattutto quelle mirabili opere che vanno, grazie alla sua miracolosa tecnica, oltre la realtà. I soggetti utilizzati dall'artista posseggono una propria nobiltà, una sua aristocrazia che non è più il "il reale", ma è l'incanto che conduce all'incantesimo. Se è vero che la produzione pittorica del maesto è sempre stata ad un livello di coscienzioso impegno, è anche vero che alcune tappe evolutive possono essere individuate lungo un percorso di continuo superamento. Ed è stato interessante notare come critici più severi, abbiano da sempre concesso a Ciro Palumbo una valutazione che è sinonimo di stima, di frequente riconoscimento e molto spesso di plauso. La pittura del maestro convince tutti ed è contesa dagli amatori. Ciro Palumbo ha esposto in vari Paesi d'Europa e oltre oceano, in mostre collettive e personali, ottenendo ampi consensi. Ma forse il consenso determinante lo hanno sempre dato e lo stanno dando con un crescendo meraviglioso i mercanti d'arte ed i collezionisti più ambiziosi di Firenze, Verona, Treviso, Napoli e di altre città italiane che, perseguendo una costante ricersca delle opere di questo straordinario pittore, ne hanno aumentato le quotazioni, elevandole ad un livello di prestigio internazionale.
LE MAGIE PITTORICHE DI CIRO PALUMBO Dalle Piazze d’Italia all’Isola che non c’è
Dalle Piazze d’Italia all’Isola che non c’è

di Tommaso Paloscia

Architetture inventate con interni che dal vano di una apertura praticata in una parete conducono lo sguardo sul mare: A naufragar nell’infinito. O, più direttamente sull’obiettivo che è quasi sempre il mare, un esterno nel quale si inquadrano isole stupende: Dopo di noi il sogno…Perduta isola…Un veliero sull’isola dei sogni…L’Isola dentro…Paesaggi improbabili…La magia fatale…L’isola dell’amore… Ci si avvede tuttavia d’esser sbarcati all’improvviso, e rapidissimamente, su una certa isola che non c’è la quale pur dista – fantasma irraggiungibile dalla ragione – cinque secoli dalle nostre spalle. E mai una panoramica così vasta ci è parsa di averla percorsa in tempo tanto breve. Quasi ingoiata. Così come brevissimo è lo spazio (atemporale) che dalla metafisica trasferisce l’attenzione e lo stupore in quelle meravigliose immaginazioni in cui regna incontrastata l’utopia. Da Giorgio De Chirico, dunque, con un balzo felino all’indietro, che conduce l’esplorazione fino a Tommaso Moro (dall’inglese Thomas More). Magari con il tramite moderno di una rappresentazione filmica disneyana, guidati da un nocchiero d’eccezione. Nientedimeno che Peter Pan. Alt! Un momento solo per chiarire che si sta vagando, suggestionati al limite del delirio, fra le fantasticherie create dal pennello del quarantenne Ciro Palumbo; vale a dire un pittore nato in Svizzera da genitori italiani, residente in provincia di Torino ma di sangue partenopeo; la qual cosa, oltre la trasfigurazione costante con cui egli riesce a personalizzare la realtà – quella che gli è stata definita “magica” dalla critica – giustifica un altro incantesimo che ci raduna a visitare la mostra realizzata dal pittore utopico/metafisico nell’incanto dell’isola di Ischia. Il che accade, certo, anche per inevitabile intervento della sorte, ma soprattutto per i meriti della felice creatività dell’artista. E a dire il vero sembra che il viaggio del suo realismo magico intrapreso partendo dall’atelier di Torino, prosegua senza soluzione di continuità qui, nel golfo di Napoli: all’insegna di Tommaso Moro. Anzi di San Tommaso Moro fatto decapitare nella torre di Londra da Enrico VIII del quale era stato supremo cancelliere. Ed elevato da Pio XI alla gloria degli altari nel 1935. Ossia quattrocento anni dopo il martirio. E’ chiaro che la metafisica dechirichiana sia stata la protagonista del primo incontro nel quale Palumbo ha raccolto il messaggio divenuto rapidamente più carico di idee e di sensazioni da ritrasmettere col proprio segno e i propri colori. E di qui l’esercizio pittorico è avanzato fra sogni e interpretazioni dell’irreale in genere, più che del reale, senza ostacoli che procurassero remore alla sua inventiva. O meglio alla capacità di manipolare a piacimento quelle suggestioni ispiratrici. Dominate dal mito, sulla scia dei suggerimenti insiti nelle creazioni dell’inventore della Metafisica. Rifletto ogni tanto su alcune riproduzioni di quadri dipinti da Palumbo solo qualche anno fa. E mi vengono a mente le sue vivacissime trasfigurazioni di pensiero ricavate da qualche “piazza d’Italia”, disegnata da architetture nelle quali le reminiscenze classiche del greco De Chirico sono state trasfigurate in paratie semplici eppure cariche di intenzioni altre. Con, al centro della raffigurazione spaziale, una scatola rettangolare ampia e carica di oggetti coloratissimi a sostituire, e a rappresentare forse, quella scultura sdraiata, classicheggiante, che il Maestro di Volos proponeva come punto centrale dell’attrazione suscitata nell’osservatore dai punti di fuga e dall’incantesimo di quell’enigma donde è scaturita la “piazza d’Italia”. E quello scatolone e i giocattoli mi è parso di reincontrarli spesso anche quando la Metafisica ha cominciato a modificarsi in questa pittura e a mostrare, non so quanto consapevolmente, una simpatia vieppiù intensa nella varietà dei sogni che invadono la mente del pittore. L’utopia dell’isola che non c’è di cui Tommaso Moro espresse in un famoso libro, anche attraverso preziosi dettagli, le sue teorie di filosofia politica, ha coinvolto intere popolazioni tentate di smentire il valore di irrealizzabilità attribuito a quell’utopia. E in alcuni casi, in conseguenza di importanti movimenti rivoluzionari nel sociale, ne sono state fatte applicazioni concrete nella realtà, ma con esiti tutt’altro che felici, come la storia recente ampiamente dimostra. Altri ne sopravvivono con l’esercizio di costrizioni che limitano gravemente le libertà fondamentali dell’uomo. Per cui l’isola della felicità sociale continua a disertare la realtà di questo mondo. Palumbo a mio avviso, è poeticamente inebriato da un siffatto modo di sognare con i colori e vi trova la via dell’iperbole che il sogno sopporta agevolmente fino ad offrire motivi di piacevolezza e di divertimento. V’è tuttavia negli esiti sostanziali della sua ricerca un raggiungimento estetico di notevole livello. Ed è qui che l’obbiettivo dell’arte sua trova l’appagamento delle aspirazioni e dei desideri fortemente inseguiti. E coinvolge anche l’osservatore smaliziato nell’universo di una fantasia che tova alimento negli stessi ricordi dell’artista, avvinto – e lo dichiara – dall’amore istintivo verso il racconto, verso le storie. E che cercherebbe di volta in volta di coniugare col ricordo, che per sua stessa natura stempera, addolcisce e trasforma, gli episodi reali, le fantasticherie offertegli da un temperamento che del fantastico si è nutrito sin da ragazzo. E continua ad alimentarsene. Disinvoltamente. Per cui ogni dipinto, egli afferma, dovrebbe sottintendere una introduttiva didascalia impropria che, come in tante favole, ci diceva e ci dice ancora C’era unavolta. Poc’anzi ho parlato di disinvoltura perché il pittore Ciro ha la possibilità di operare in modo tranquillo nel difficile compito assunto di trasformare in immagini le sue meravigliose fantasie, avendo a disposizione una straordinaria preparazione tecnica di cui si serve come e quando vuole. Per di più la dotazione naturale che ne fa un colorista di rilevante capacità, lo aiuta enormemente a inseguire il miraggio sempre vigile sul suo impegno di suggerire al riguardante qualcosa di non riconoscibile all’impatto, ed è poi la cartina di tornasole nella reazione chimico/mentale piuttosto complessa, e di maggiore efficacia rispetto a quella di indurre l’amatore o l’esperto all’accettabilità diretta della sua poetica. Lo conforta nell’operazione intuitiva la immersione dei soggetti in atmosfere credibili e pur colme di suggestioni che, quanto ad attendibilità, ne sono scarsamente dotate. Leggo nell’ottimo disegno di base (realizzato in acrilico, mentre la stesura finale è sempre dipinta ad olio) un disegno-impianto capace di sorreggere agevolmente i dipinti soprattutto nella disposizione che utilizza tutti gli spazi disponibili, o vi ritrovo l’insegnamento recepito da Palumbo frequentando lo studio di Antonio Nunziante, suo valido maestro e pittore molto capace e, come lui, di origine napoletana e residente da tempo a Torino, in quel di Giaveno. Mi è capitato di interessarmene scrivendo dell’arte sua nel catalogo. Trovo naturale che le cose da noi apprezzate in un certo momento della vita debbano riapparire prima o poi ai nostri occhi, magari a restituirci dopo molti anni la gioia di aver raggiunto nel passato qualche certezza. Allora ci accorgiamo, fuori tempo massimo, che la più autentica certezza risiede comunque nella insoddisfazione. Come è stato autorevolmente affermato… Il permesso alla pubblicazione di questo scritto incompiuto, ci è pervenuto unitamente al testo, dalla Signora Nora, moglie e compagna dell’indimenticabile Maestro Tommaso Paloscia, dal quale per lunghi anni abbiamo imparato a leggere meglio la pittura.
IL LUOGO DEL NON LUOGO LA CITTA' ALTROVE OLTRE LA REALTA' FISICA: POLIS META-FISICHE' DI CIRO PALUMBO


di Chiara Manganelli

"I sogni non vogliono farvi dormire, al contrario, vogliono svegliare." (R. Magritte) Un luogo etereo, silente, affastellato di simboli magici e onirici, dove ogni cosa non si limita a essere unicamente ciò che sembra, ma racchiude sempre una doppia anima, una lettura “altra”, una sfumatura nascosta che si svela solo se si è capaci di superare i consueti canoni interpretativi per abbracciare strade nuove e sorprendenti. In questo luogo ciò che appare rimanda altrove, a substrati dimensionali e temporali seppelliti tra le stropicciature ammiccanti e sonnecchianti di un “Io” segreto e arcaico, evanescente ma potente, teatro di stratificazioni emotive, spirituali e “filogenetiche” millenarie, magnificamente feconde e visionarie. Un mondo che serba nella propria essenza significati arcani e trascendenti, che trovano senso e intelligibilità solo compiendo un salto quantico all'interno di noi stessi. E' la “Polis Meta-fusichè”, il nuovo progetto artistico di Ciro Palumbo, che richiama capolavori della letteratura e del pensiero filosofico come la “ Res Pubblica” di Platone”, “Utopia” di Thomas More, “La Città del Sole” di Tommaso Campanella e le “Città Invisibili” di Italo Calvino. I riferimenti concettuali a questi testi sono più o meno evidenti e palesi, ma in Palumbo non c'è, ovviamente, una volontà di teorizzare un sistema politico ottimale da applicare a un qualche sistema sociale. L'analisi del pittore torinese va ben oltre e si articola su un altro piano di realtà: egli parla per simboli figurativi senza voler stabilire aprioristicamente dei canoni e dei parametri universali. E' colui che guarda che deve decodificare i messaggi presenti sulle tele di Palumbo, e percepirli, elaborarli, farli propri, grazie a un processo maieutico che parte dall'evocazione di una miscellanea di sensazioni ed emozioni – magnifica prerogativa esclusiva dell'arte - per arrivare a una consapevolezza profonda di Sè e di ciò che ci circonda. Dunque, come nelle “Città Invisibili” le città esistono solo nella mente del viaggiatore (Marco Polo), così, nella polis metafisica, è lo spettatore che crea la sua città nel momento in cui la contempla, rendendola viva, pulsante, reale e tangibile. E Palumbo, come Calvino, diviene l'affabulatore che inventa e plasma i mondi che dipinge, trasformando la pittura in “metapittura”, attraverso un processo “metanarrativo” per immagini. La città metafisica è dunque un'utopia. Ma il termine deve essere inteso secondo l'accezione originale, dal greco antico (“ou-topos” = non-luogo), e non secondo l'accezione che ha assunto nell'attuale vocabolario comune, che l'ha snaturato, trasformandolo in sinonimo di qualcosa di irrealizzabile e impossibile. Il “non-luogo” è un luogo che, al contrario di quanto potrebbe apparire, non nega altri ipotetici luoghi attraverso una determinazione precisa e categorica di attributi e valenze, bensì è il luogo che, proprio perchè non si caratterizza in modo preciso e incontrovertibile, può essere tutti i luoghi possibili. Qui la negazione non è un limite o un vincolo, ma una risorsa, una chiave che apre infinite serrature. La città, normalmente, ci fa pensare a qualcosa di soffocante, a un gorgo ingarbugliato di cemento liquido e caos. Ma la città metafisica è cosa assai differente. E' un “non-luogo”, appunto, e come tale, in virtù di un sillogismo quasi naturale, è il luogo del Sogno. La polis di Palumbo ammicca, seduce, ma bandisce dalle proprie vie e piazze l'occhio raziocinante, il Sè cerebrare che tutto controlla (o si illude di controllare!) e tutto ghermisce con ottundimento e arroganza, secondo inappellabili e ferree regole “algebriche”. Questa “città del sogno” si snoda tra i dedali affascinanti e ambivaleti dell'inconscio, e lì si nutre di linfa e di luce. Tra i palcoscenici suggestivi delle opere di Palumbo, popolati da angeli e palazzi irriverenti e indisciplinati, appare un'isola fantasmagorica, sospesa tra mare e terra; essa rappresenta il tempio consacrato all'universo onirico. E qui c'è un chiaro riferimento alla “Città del Sole” di Campanella. L'isola è il territorio di partenza e di approdo; è al contempo una porta che si spalanca su viaggi rocamboleschi e una sorta di Itaca metafisica, che fluttua oltre il tempo, nutrendosi dei sogni latenti dell'anima. "Se nel sonno la coscienza si addormenta, nel sogno l'esistenza si sveglia." (M. Foucault)
MARE DI PAROLE OCEANI DI COLORI


di Chiara Manganelli

“Ecco, tu sai che la poesia è creazione e ha un significato quanto mai vasto; tutto ciò, infatti, per cui qualcosa passa dal non essere all'essere è poesia, e quindi ogni attività creativa è poesia, e tutti i creatori sono poeti” Platone, Simposio “Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare” Jorges Luis Borges Un mare. Mare che si muove articolando sussurri e si intreccia alle sferzate del vento di libeccio. Mare che nella notte inghiotte e intrappola tra reti di fioche lampare i sogni sospesi nel cielo, e li rigurgita all'alba sull'orlo iridescente della battigia, accoccolati tra le insenature eburnee delle conchiglie. Sulla sua superficie irrequieta si increspano e incespicano orde di desideri che si accartocciano e si avviluppano tra loro, precipitano affondando tra gli abissi, per poi risalire coperti di salsedine e fradici di azzurro. Le voci mute dei pesci guardano i pionieri temerari che si avventurano nell'imprevedibile languore del suo mistero come fossero schivi schiavi di romitaggi paradossali senza fine. Le parole sono come sassi piatti che spezzano la quiete immobile, disegnando anelli concentrici dentro i quali si insinuano gli sguardi obliqui e audaci di segreti che sgranano tra le pupille lapilli di bellezza suadente e silente. Una mano raccoglie le conchiglie sparse sulla sabbia, le ausculta, le strofina ripulendole dai detriti, le nutre di sole e le ripone dentro uno scrigno sommerso. Lì il tempo le consuma, ne divora l'involucro calcareo, fino a lasciarne intravvedere la loro anima nascosta. Quando la mano apre lo scrigno si sprigionano spirali di colori cangianti e fiumi di parole incandescenti. Fiumi che portano al mare. Spirali che si arrampicano fino al cielo. VOYELLES A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali! Un giorno dirò le vostre segrete origini: A, nero vello sul corpo di mosche splendenti Che ronzano intorno a crudeli fetori, Golfi d'ombra; E, candori di vapori e tende, Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d'umbelle; I, porpora, rigurgito di sangue, labbra belle Che ridono di collera, di ebbrezze penitenti; U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari, Pace di pascoli d'animali, pace di rughe Che l'alchimia imprime sulle ampie fronti studiose; O, suprema Tromba piena di strani stridori, Silenzi attraversati da Angeli e Mondi: O, l'Omega, raggio viola dei suoi Occhi! Arthur Rimbaud �Mare di parole” è l'ultimo progetto artistico di Ciro Palumbo. Un progetto che mescola risonanze letterarie e metafisica pittorica, creando interessanti e suggestive commistioni concettuali, stilistiche e tecniche. Le parole, nelle opere di Palumbo, diventano supporto su cui distendere e dipanare la fantasia. Un mare placido e accogliente di segni impalpabili, ricolmi di significati e ammiccamenti. Palumbo prende le parole e le ri-racconta, le ri-combina, rifacendosi a una lunga tradizione artistica che vede nel Novecento il secolo della “poesia visiva”, in cui le parole diventano anche immagini, slittando verso nuovi orizzonti semantici, e vengono arricchite e impreziosite attraverso la pittura, la cinematografia e le arti visive. Una tradizione che vede il proprio geniale antesignano in Arthur Rimbaud, nella sua poesia veggente, struggente e ruggente, nelle sue vocali che acquistano valenze emozionali e cromatiche. Perchè la letteratura non interessa solo il senso della vista, ma solletica e risveglia anche gli altri sensi. Il legame tra immagine e parola è atavico e affonda le proprie radici nella culla della civiltà: i geroglifici egizi sono un esempio di come, in molte società antiche, immagine e scrittura fossero intrinsecamente connesse. Il nostro alfabeto occidentale moderno, invece, contiene grafismi che non hanno nessun nesso con le immagini mentali, e il segno è una pura convenzione concettuale e autoreferenziale, che non rimanda a nessun codice visivo noto. Un astrattismo estremo, dunque, che ha creato, nella nostra cultura, un divario enorme tra linguaggio e rappresentazione. Palumbo prosegue un cammino intrapreso dai futuristi e ricalcato poi dai surrealisti, dai dadaisti e dalla pop art. Riprende l'affascinante tradizione del calligramma, un genere di poesia che risale all'antichità classica (il tecnopegnio di Simmia di Rodi, IV sec. a.C), che si sviluppa nei secoli XV e XVI, con la poesia figurativa umanista, fino ad essere ripreso dalle avanguardie artistiche del novecento, e che trova in G. Apollinaire uno dei suoi più celebri esponenti. Questo genere letterario coniuga esigenze dialogiche e risonanze figurative, assemblando i significanti in modo da creare architetture grafiche bizzare e bizzose, dando vita a un “versilibrisme” affascinante e paradossale. Nelle tele di Palumbo non ci sono cannoni che sputano lettere, come in G. Severini, nè vortici di parole, come in F. Depero; la sua poetica si differenzia dal movimento futurista, sia dal punto di vista concettuale, sia dal punto di vista formale, perlustrando diverse sfaccettature del binomio pittura-letteratura. “Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni. La sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta. La credo atta ad alimentare, indefinitamente, l'antico fanatismo umano. Risponde senza dubbio alla mia sola aspirazione legittima. Tra le tante disgrazie di cui siamo eredi, bisogna riconoscere che ci è lasciata la massima libertà dello spirito. Sta a noi non farne cattivo uso. Ridurre l'immaginazione in schiavitù, fosse anche a costo di ciò che viene sommariamente chiamato felicità, è sottrarsi a quel tanto di giustizia suprema che possiamo trovare in fondo a noi stessi.” André Breton, Manifesto del Surrealismo Nelle opere dell'artista torinese la letteratura si veste di un senso mistico e onirico, è un ordito che intesse ancestrali memorie, miti e leggende, è una chiave per aprire le porte socchiuse dell'inconscio e del Sogno. La parola non è esplosione fragorosa, gioco dinamico e concitato, ma diventa simbolo lieve che si affaccia sulla realtà interiore piuttosto che sulla realtà esteriore, è forza centripeta anziché centrifuga, e rappresenta universi metafisici e surreali, che affondano le proprie radici nell'intimità dell'individuo, nel suo mondo segreto e nascosto, in bilico tra inconscio soggettivo e inconscio collettivo. Letteratura e pittura si intersecano e attingono l'una dall'altra, giocano a rincorrersi, a specchiarsi reciprocamente, a scambiarsi stilemi e paradigmi, e l'intreccio che ne sortisce è un'alchimia suggestiva, evanescente, delicata. La parola possiede anche una sua estetica visiva e formale, così come l'immagine racchiude in sé sprazzi di poesia e lirismo. ll viaggio finisce qui: nelle cure meschine che dividono l’anima che non sa più dare un grido. Ora i minuti sono eguali e fissi come i giri di ruota della pompa. Un giro: un salir d’acqua che rimbomba. Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio. Il viaggio finisce a questa spiaggia che tentano gli assidui e lenti flussi. Nulla disvela se non pigri fumi la marina che tramano di conche i soffi leni: ed è raro che appaia nella bonaccia muta tra l’isole dell’aria migrabonde la Corsica dorsuta o la Capraia. Tu chiedi se così tutto vanisce in questa poca nebbia di memorie; se nell’ora che torpe o nel sospiro del frangente si compie ogni destino. Vorrei dirti che no, che ti s’appressa l’ora che passerai di là dal tempo; forse solo chi vuole s’infinita, e questo tu potrai, chissà, non io. Penso che per i più non sia salvezza, ma taluno sovverta ogni disegno, passi il varco, qual volle si ritrovi. Vorrei prima di cedere segnarti codesta via di fuga labile come nei sommossi campi del mare spuma o ruga. Ti dono anche l'avara mia speranza. A nuovi giorni, stanco, non so crescerla: l'offro in pegno al tuo fato, che ti scampi. Il cammino finisce a queste prode che rode la marea col moto alterno. Il tuo cuore vicino che non m’ode salpa già forse per l’eterno. Eugenio Montale, Ossi di seppia, Meriggi e ombre, Casa sul mare Il connubio crea equilibrismi arditi, logiche dialogiche, contaminazioni che fondando un linguaggio nuovo, che non è solo sintesi degli elementi, ma qualcosa di più. Il potenziale espressivo non aumenta solo in termini quantitativi, ma anche, e soprattutto, sotto un profilo qualitativo. L'impiego di collage di pagine di libri sulla tela crea un effetto visivo di stratificazione e sovrapposizione di pensieri, sogni, storie e immagini, che, concettualmente, rimanda a una radice originaria che restituisce senso al presente. E' un modo di raccontare, attraverso il potere evocativo della pittura, ciò che a volte sfugge all'affabulazione pura, di ampliarne l'effetto catartico e proiettivo e di incrementarne la forza narrativa. Un mare di parole dipinte dove fluttuano i sogni, zattere salvifiche che dispensano riparo dalle tempeste; un mare dove si recupera il filo rosso dell'esistenza, dove lo spettatore può voltarsi e guardare da dove viene e al contempo, proprio in virtù di ciò, può immergersi negli abissi del proprio essere, nel proprio tumultuoso e magmatico oceano, intraprendendo un viaggio infinito e incessante, un'odissea epica, misteriosa e incalzante. E se si riesce a oltrepassare Scilla e Cariddi significa che l'isola è vicina, che il tempo può essere ingannato, che il canto delle sirene non ha mistificato i desideri e offuscato la rotta. “[...] Sul mare salato si posa la luce e sui campi d'ogni parte fioriti, e la bella rugiada discende e le rose fioriscono e i cerfogli delicati e il meliloto spruzzato di bianco. [...] Saffo, poesie d'amore, 96. V. “Più di quanto sia lecito, più di quanto sia possibile, come un delirio di poeta incombe nel sogno, enorme si fece il groppo del cuore, enorme l'amore, enorme l'odio.” [...] Vladimir Vladimirovic Majakovskij “Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro?” Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia “I nostri sogni e desideri cambiano il mondo” Karl Popper “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare” Seneca La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l'universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause ch si perdono in quell'abisso senza fondo, il tempo. La notte vuole che stanotte oblii il tuo nome, i tuoi avi e il tuo sangue, ogni parola umana e ogni lacrima, ciò che potè insegnarti la tua veglia, l'illusorio punto dei geometri, la linea, il piano, il cubo, la piramide, il cilindro, la sfera, il mare, le onde, la guancia sul cuscino, la freschezza del lenzuolo nuovo... Gli imperi, i Cesari e Shakespeare e, ancora più difficile, ciò che ami. Curiosamente, una pastiglia può svanire il cosmo e costruire il caos. Jorges Luis Borges, Il sogno
UN FUNAMBOLO DEL COLORE TRA STUPORI, ENIGMI E SOGNI


di Vincio Coppola

Il mondo di Ciro Palumbo? E’ un mondo fatto di antiche seduzioni che catturano l’immaginario collettivo grazie ad un immanente e inquietante silenzio che permea dipinti dal taglio surreale. Immagini dalle atmosfere impalpabili, capaci di rallentare il tempo e il flusso vitale. E che irretiscono l’inclito e l’incolto con quella carica suadente che sprigiona malie dei tempi andati. Ma a... catturare il nostro Ciro in età gentile, asservendolo “nunc et semper” alla cosiddetta buona pittura, è una mostra dedicata alcuni anni fa all’arte russa, anzi agli impressionisti d’oltre cortina operanti tra la fine dell’Ottocento e i primi lustri del secolo successivo. Davanti a quei dipinti, dall’intrigante manualità e dall'eccelsa valenza pittorica, il giovane visitatore rimane di stucco. E capisce all’istante che deve cambiare rotta se vuole lasciare un segno nel difficile e variegato regno dell’Arte. Si rende conto insomma che qualsiasi improvvisazione va bandita se si intende usare a puntino design e colore. E allora decide di punto in bianco di mettersi seriamente al lavoro, di andare a bottega come si faceva un tempo. Entra di conseguenza nell’entourage del maestro Antonio Nunziante, di origine napoletana. E qui, oltre ad apprendere i primi rudimenti, ha l’occasione di ammirare con crescente attenzione e simpatia opere di Boelkin, De Chirico e di esponenti del surrealismo, come Magritte e Dalì. Di quest’ultimo, pur con qualche riserva su talune cadute di tono, apprezza in particolare la fantasia bizzarra e inesauribile del genio. Quanto a De Chirico, gli rimane impressa un’invettiva del “pictor optimus” verso chi critica la sua maniera di stare davanti al cavalletto: “Di fronte alla masnada internazionale dei pittori moderni che s'arrabatta stupidamente tra formule sfruttate a sistemi infecondi, io solo, nel mio squallido atelier della rue Campagne-Premiére, comincio a scorgere i primi fantasmi di un'arte più completa, più profonda”. Ma le simpatie dell'apprendista vanno soprattutto ai fantasmi di Alberto Savinio, forse perché più introverso del fratello; e anche perché più eclettico e più attento ai moti della psiche. E in Savinio ritrova certe affinità elettive che lui scopre per caso, rimirando alcuni suoi vecchi disegni; opere dove il sogno si pone come spazio di libere associazioni mentali e nelle quali fa capolino quella innata giocosità, quella tipica sdrammatizzazione degli eventi che sfocia spesso in estasi ludiche dagli accenti chiaramente circensi.Non è finita. Nuovi stimoli Ciro li riceve dalla pittura contemporanea grazie a maestri del calibro di Riccardo Tommasi Ferroni, e anche da altri seguaci della nuova figurazione italiana. Quasi un richiamo all’ordine, con precisi riferimenti alla figura e al mondo classico, dopo anni di monopolio della pittura concettuale e astratta. E così, in virtù di tali stimoli, Palumbo prende il coraggio a due mani per passare il Rubicone e approdare a quel “realismo fantastico” che gli consente di recuperare la fascinosa verità delle cose più semplici e più autentiche. Ironico e sibillino, fa dell’enigma l’icona costante della sua arte. E, a guisa di un burattinaio medievale, muove i fili invisibili dei suoi oggetti quotidiani, sigillati in un silenzio metafisico: cesti di frutta, libri su mistiche vette, finestre aperte su paesaggi dell’anima si alternano ad oggetti che dimorano nel suo studio: giocattoli e cavalli di legno, conchiglie, scatole. E persino chiodi. Tutti coinvolti, chi più chi meno, in una girandola di abbagliante suggestione e di espressività incisiva in cui il dipinto assurge al ruolo di mattatore, assumendo le sembianze ora di un tomo ora di un paesaggio che ammicca, in lontananza, da una bifora dei secoli bui. Bisogna riconoscere che il paesaggio del Nostro ha pochi addentellati con la realtà in quanto frutto di un’indagine introspettiva di cui solo l’interessato conosce la chiave di lettura. E, lungi dall’esserne geloso, la offre a noi per farci gustare un “amarcord” di sapore proustiano dove la mente, obliosa dell’ora che passa, riesce a vivere un incanto senza spazio e senza tempo. E lui? Questo funambolo del colore non fa che sorridere, sornione, davanti al nostro stupore per quella teatralità scenica che occhieggia da un verone o da un loggiato. Fantasia e realtà, dunque, giocano a rimpiattino, così come memoria e artificio si passano la mano, per sortire opere dal segno nitido e puro; opere che ci ammaliano con le loro tessiture dell’età di mezzo: intrighi, misteri, stupori. E’ il gioco a recitare quasi sempre il ruolo di protagonista. Ciro ha cominciato a giocare con i figli, ad intrattenere i suoi quattro pargoli con racconti e fiabe d’ogni genere. Poi trasferisce quel mondo sulle sue tele, mescolando gli stessi giochi ai sentimenti, quali la melanconia e l’enigma. In piena sintonia con Ernst Ludwig Kirchner secondo cui “il mezzo della pittura è il colore, come fondo e linea. Il pittore trasforma in opere d’arte la concezione sensibile delle sua esperienza“ E per centrare in pieno l’obiettivo Ciro Palumbo ricorre all’ausilio di colori smaglianti, che brillano di luce propria: il rosso cadmio, il rubino vermiglione, il verde phtalo: Per non parlare del blu con tutte le sue "nuances": dal blu di Sevres, al cobalto, all'azzurro-mare. E sempre per giungere celermente al traguardo si serve dei suoi stessi “pensieri" - o, per meglio dire, liriche - che danno la stura ad interrogativi esistenziali: “La sfida è di fronte/ attraverso il mare/ ampio,/ aperto,/indaco e assoluto/. L’aria e la brezza/ sottile finemente/ mi lusinga/ e come sirene/ le sue carezze/ mi arrivano./ Sei con me?”/ E ancora. Eccolo dipingere un poltrona vuota sulla quale è adagiato un plaid mentre la luna occhieggia sullo sfondo. Insomma, riesce a rendere con le immagini ciò che urge nel suo io: "Il vuoto inonda la stanza e l'abbandono/ è raccolto dalla pallida Luna/ancora una volta spettatrice di un mistero!/". Un patente invito alla lettura e alla meditazione, per nulla avversato dalla presenza di simboli ludici, quali la palla o la piramide. Anzi, c'è quasi un'esortazione a liberare il fanciullo che alberga in noi. Perciò Ciro non esita ad assoldare due comprimari che hanno allietato la felice stagione dell’infanzia: Pinocchio e Peter Pan. E insieme con loro dà vita a quel travestimento oggettuale che incanta grandi e piccini. Ad un certo momento, però, subentra la paura, ossia il timore, più o meno fondato, che quegli oggetti possano evadere da quel mondo onirico. Ciro Palumbo potrebbe ormai vivere di rendita con tutti quei sogni a sua disposizione. Ma, invece di tirare i remi in barca, affronta con coraggiosa baldanza il periglioso pelago, inventando lì per lì dei meccanismi che possano tamponare la breccia, impedire qualsiasi via di fuga. Di qui la sfera imbrigliata in un quadrato, o la piramide costretta a starsene buona buona in una fossa di sabbia e puddinghe. In definitiva, è sempre il gioco ad avere il sopravvento; un gioco che esorcizza anche la paura. E che dà spazio a quel realismo magico che permette al nostro eroe di pilotare le cangianti “performances” del travestimento con un abile mescolio di carte. A guisa – e forse meglio - del giocatore di bussolotti di papà Manzoni
IL SOGNO DELL'ANGELO


di Carla Piro

Un leggero brivido aveva percorso dall’interno la tela, mentre un rapido segno di colore ne solcava la superficie indefinita. Era l’alba di percezioni inconsapevoli nella figura nascente. Ogni gesto impresso dall’esterno trovava corrispondenza dentro il quadro. Non erano ancora sensazioni, perché il tratto lieve abbozzava appena su quel nitore una sagoma femminile dalle ali raccolte. Il nulla oscuro e sospeso fuori del tempo, in cui ella aveva fluttuato fin ad allora, era stato rotto da impressioni inaspettate e discontinue, sollecitate dal lavorio febbrile dell’artista. Non vi era coscienza, né chiarore in quell’idea di angelo che fremeva nella mano creatrice; solo percezioni inespresse e non comprese dalla figura in bozzolo, priva di passato . Via via la forma si andava delineando: mentre il pittore rappresentava l’idea, senza saperlo ne disegnava l’identità, consegnandole una coscienza che per gradi usciva dall’oscurità dei sensi. Prima un braccio tracciato, poi le spalle, quindi le ali: per l’essere indefinito brancolante nel buio erano brividi e sussulti. All’improvviso la luce: accecante, calda, terribile che rappresentava - per chi da sempre nel nulla- la soglia dell’ignoto. Lui proseguiva nel fissarne il volto, i lineamenti, il capo ed a lei si dischiudeva un mondo sconosciuto ed un fermento nuovo. Finché quello sguardo appena dipinto aveva incrociato gli occhi dell’autore ed una scintilla aveva acceso ambedue. Ancor più impetuoso il pennello assediava la tela, mosso dall’ansia di tradurre in atto il sogno accarezzato a lungo: dal bozzetto al colore, infine le velature che davano vita al carnato di quell’essere dalle sembianze femminili ed angeliche insieme. Ed ella, che fino ad allora aveva provato percezioni indistinte, avvertiva sulla pelle ormai definita il tocco di una carezza vibrante, mal tollerando la costrizione di un’universo a due dimensioni. Sostenuto da un impeto irrazionale l’artista interveniva ancora con luci ed ombre, per conferire realtà illusoria alla forma senza vita. Pennellate impazienti, gesti appassionati e movimenti impulsivi si susseguivano scuotendo entrambi: il creatore e la creatura. Inaspettata una folata di vento aveva spalancato la finestra distogliendolo dall’immagine; solo per un momento Poi il battito d’ali: un soffio impalpabile di piume aveva lasciato deserta la tela Allora egli ne avvertì la presenza UN BIGLIETTO A/R DALLA REALTA' AL SOGNO …PASSANDO PER LO SHOPPING. L’atelier di moda apre le porte allo studio del pittore “Atelier” è una parola che accomuna il mondo dell’arte e quello della moda. Universi per secoli distanti e paralleli nella loro evoluzione, gradualmente sono divenuti contigui sino a rivelare commistioni e contaminazioni. Le “sculture in tessuto” di Roberto Cappucci sono state esposte nei più importanti musei del mondo (Palazzo delle Esposizioni di Roma, Palazzo Strozzi a Firenze, Münchnerstadt Museum di Monaco, Museo di Vienna e al Palais de la Monnaie di Parigi). I magazine di arte sono vigili nel cogliere le “tendenze” tanto nel campo precipuo, quanto in quello delle griffe, mostrando grande dinamicità nel seguire la moda. Il settore dell’arte si rivela il nuovo territorio di investimento economico e d’immagine per Aziende e Fondazioni (legate ai nomi dei grandi stilisti) che, dopo il ruolo di sponsor o partner nel mondo della cultura, se ne fanno ora dirette promotrici (non è passato sicuramente inosservato al pubblico il discusso connubio Trussardi - Catelan). Mentre progetti culturali, esposizioni ed artisti attingono nuova vigoria economica dalle maison , altri ingegni creativi (Pistoletto, Bourgeois , Rosenquist, Kounellis) mettono a disposizione il loro talento per “firmare “ le collezioni Illy e “vestire” le tazzine del caffè. Insieme a questi fenomeni, segno dell’attuale osmosi dei due àmbiti, vi sono i concept store di moderna concezione: luoghi in cui si celebra l‘incontro fra moda, costume, design, creatività.. Non stupisce, quindi, il tema “Atelier degli Angeli” per la serata-vernice del pittore torinese Ciro Palumbo in una delle boutique più glamour di Pistoia (Barghini Fashion), fra gli abiti di Moschino, di Dolce e Gabbana, Cavalli. “Il termine “atelier”– spiega l’artista- allude al luogo destinato alla moda, ma anche alla “tana del pittore”, allo spazio in cui egli racconta se stesso, realizzando i propri lavori. Gli angeli, poi, sono un argomento molto caro, al quale sto dedicando gran parte dell’ultima produzione artistica”. Così lo show room moderno e minimalista si trasforma, allestito con cavalletti, dipinti, disegni preparatori, stampe e scenografie di 2 metri, nell’atelier-studio dell’artista. Insolito ed efficace l’abbinamento di un abito ad ognuno dei 15 quadri, in base ad accostamenti di colori, temi ed emozioni suggerite da dipinti che sembrano sospesi nel tempo. Le tele popolate di giochi di legno (Pinocchi, trottole, palle), di finestre rivolte verso paesaggi fantastici, di pioppi sopra scogliere ripide, evocano le atmosfere del sogno: incantate ed irreali. Un piccolo veliero in un mare immaginario, la barchetta di carta all’attracco accanto ad un faro in una nicchia del muro descrive con ironia e dolcezza il tema del viaggio. Un viaggio intrapreso con un “biglietto di andata e ritorno” che realizza il desiderio di evasione (ma anche di esplorazione dall’esteriorità all’interiorità) ed il passaggio reciproco sogno-realtà, attraverso una “soglia” che affaccia su panorami fiabeschi. Così nell’atelier di moda, il dipinto dal titolo “Partenza” ha avuto come “compagno” un abito sportivo ed una valigia…
LE NUTRIENTI E LIETE FAVOLE METAFISICHE DI CIRO PALUMBO


di Pier Francesco Listri

Un eccellente critico e amico Tommaso Paloscia, aveva il compito di stendere il saggio critico per questo catalogo di Ciro Palumbo. La recente scomparsa ha impedito a Paloscia di concludere il testo che aveva iniziato. Con vera commozione presentiamo qui quanto, con modo illuminante come sempre, aveva appena scritto. P.F.L. Se ogni quadro è un messaggio, quelli di Ciro Palumbo, - italiano nato a Zurigo, formatosi nell’ambiente nordico, oggi ancora giovane, giacchè appena quarantenne, già esperto pubblicitario e grafico, e nonostante le sue molte personali rassegne oggi per la prima volta proposto a Ischia – di messaggi e di ingredienti tematici e pittorici, ne contengono davvero parecchi. Soprattutto si staccano dal panorama corrente dell’arte italiana per accamparsi con una indiscussa personale originalità. Guardiamo le sue tele: quasi tutti interni, ma che danno per finestre e pertugi su esterni inquieti; il mondo contenuto in curiose scatole, ma poi aperto sulla natura e sul paesaggio; cieli e lune, bruni e mai solari, anzi con refoli di tempesta; piramidi e sfere qua e là con calcolata accidentalità situati; alberi trasferiti in luoghi chiusi; barche e lune; un silenzio e un’atmosfera che si percepiscono al primo sguardo; la radicale e totale assenza della figura (cose e luoghi dove è rimasto ancora però il colore e l’impronta delle presenze): il tutto in una pittura precisa, perfino lenticolare, lieta della sfarzosa vivacità dei suoi colori purissimi, ricca di muri, di drappi, di onde. Un teatrino ilare e allusivo, di infinita suggestione che promana per dir così un che di favola e di ritrovata soffitta di mai perduti oggetti. Questa, se la pittura si potesse descrivere e raccontare (ma non si può) è la scena che Ciro Palumbo ci propone. Da dove deriva tanta fantasiosa inventiva, tanto ilare e ambiguo bisogno di raccontare storie senza figure? Se vogliamo, come suole farsi negli onesti quadri critici di un artista, cogliere influenze e derivazioni per situare anche storicamente e accademicamente un pittore lungo le stagioni e nel suo tempo, si può dire che per gradi diversi di importanza la derivazione è almeno triplice: in senso puramente tecnico è una derivazione in parte ripresa dall’arte del pubblicitario, in parte dall’arte del cinema. Ma per venire alla derivazione più decisiva e profonda, essa si rifà a grandi stagioni dell’Europa pittorica novecentesca avanguardista e soprattutto a quell’italianissimo nuovo partito della pittura che è la Metafisica, che più tardi si scioglierà nel liquido e onirico surrealismo. Provetto pubblicitario, agli inizi della sua ancor giovane carriera e prima di dedicarsi totalmente, con un deciso salto di qualità alla pittura, Ciro Palumbo ha messo nel carniere delle sue abilità, tutto quanto la percezione visiva pubblicitaria – che è oggi di altissimo livello e che non di rado raggiunge una sintesi espressiva non lontana dall’arte – sa creare e suscitare: la regale presenza degli oggetti, la loro presentazione insieme ilare e solenne, lo spiazzamento acuto che sa generare nel teatro delle emozioni individuali e collettive; infine l’accattivante gradevolezza della scena complessiva che deve trasferire il consumatore nel regno delle illusioni possibili. Tutto questo, checchè ne dica l’arcigna etica degli intellettuali, è una nuova e conquistata dimensione espressiva a cui l’occhio contemporaneo si è abituato grazie all’esercizio quotidiano della percezione visiva dei manifesti, della televisione, del cinema e di ogni altro mezzo di comunicazione. Nei dipinti di Palumbo v’è anche un influsso dell’ultima e più moderna forma d’arte: il cinema. Si rivela soprattutto nei tagli della composizione, negli assemblaggi di altissima qualità scenografica, nella capacità di determinare con pochi elementi un ambiente insieme inedito e sorprendente, e infine nella visione del punto prospettico che in Palumbo ha talora impercettibili ma decisivi spostamenti. Quanto detto finora fa parte di un puro, sebbene decisivo, trovarobato del mestiere, che tuttavia non è da deplorare o ignorare, ma che non dice né spiega il salto radicale e decisivo fra l’impegno del comunicare emozioni con fini secondi e invece il libero dono della creazione dell’arte, qual’è la pittura migliore dello stesso Palumbo. Conviene dunque soffermarsi sulla più radicale delle derivazioni: quella visiva e percettiva che viene dai grandi antecedenti artistici osservati come nutriente sostanza, ma mai imitati dal nostro artista. Qui cade per forza, e ogni critico di Palumbo lo sostiene, la lunga meditazione sulla pittura storicamente definita metafisica. Essa nacque, ben si sa, verso il secondo decennio del Novecento ed ebbe nome e sostanza soprattutto dal geniale talento di Giorgio De Chirico salvo poi per un non lungo periodo – ma con persistenze tuttora vive – esser condivisa da artisti come Alberto Savinio, Giorgio Moranti, Carlo Carrà, Filippo De Pisis. Genialmente De Chirico intuì che esisteva un territorio esplorabile dall’artista che non coincide con quello della comune esperienza, non è contenibile nei confini della realtà fenomenologia ma si sostanzia di una vitalità magica, si carica di enigmi, si colloca in una dimensione in cui il sogno è suggeritore di inedite ed inquietanti simbologie. Caratteri che più tardi saranno sviluppati dalle correnti surrealiste. Caratteri anche che ponendosi in polemica con la normale percezione del visivo condivisa dagli artisti precedenti, possiedono una carica di ironia, e forse di scetticismo che peraltro nulla tolgono alla sua straordinaria capacità evocativa. Eccoci dunque all’odierna pittura di Palumbo, la quale non manca anche nella molteplicità delle sue suggestioni, di una forte intenzione ludica, cioè di creare, con la sua vertiginosa capacità combinatoria, anche un’atmosfera di gioco e di allegra e ilare vacanza (e insieme impegno) da parte della mente di chi contempla. Si è parlato per la pittura di Palumbo di forti persistenze simboliche, ricorrendo ad alcuni stemmi dell’araldica palumbiana come per esempio l’insistita presenza del melograno. Francamente non ci sembra condivisibile questa presunta densità simbolica. Convinti invece che alla scuola del suo maestro napoletano Nunziante grazie alla quale risaliva per li rami a Savinio e De Chirico, Palumbo abbia derivato quel senso che lui stesso definisce di “aroma metafisico” e di “profumo” (dunque una volatilità quasi corporea e non una simbologia mentale) che tende piuttosto a suscitare atmosfere di ambigua eleganza e non sintassi di pensiero portatrici di particolari messaggi. Anzi, uno dei meriti più evidenti della pittura di Palumbo sta proprio nel non caricare mai le sue lindissime opere, per quanto suggestive di una chiara ambiguità, di quei caratteri pesantemente simbolici e percettivamente stucchevoli che tanta pittura odierna che crede di rifarsi all’interiore immette sulle tele come incongrui fantasmi di una percettività visiva da cinema horror di terza mano. Eccoli qui dunque i bei quadri di Palumbo. Ognuno ci propone uno spazio vuoto, deserto di figure e silenzioso, dentro il quale vanno a sistemarsi una serie di oggetti, in modo spaziante e incongruo, ma con un matematico equilibrio dispositivo; con una calcolatissima esattezza di particolari; oggetti che prima di tutto sono punti e volumi nello spazio per divenire poi grammatica del quotidiano ma intenzionalmente stravolta. Quest’effetto di straniamento, lieto e stupefatto, trova nel talento di Palumbo una sempre nuova capacità combinatoria di invenzione, si situa su un crinale che da un lato propone il partito ludico, dall’altro la solennità di ciò che è ambiguo, dove l’evidenza e la datità si confrontano misteriosamente con il passato e con la memoria. Uno dei critici più acuti di Palumbo, Vittorio Sgarbi, ha parlato anche di altri influssi: Boeklin e anche Magritte e Dalì. Da ognuno traendo qualcosa, sempre in funzione di una fantasia bizzarra e inesauribile, sempre attento ai più segreti moti psichici, sempre coniugatore di libere associazioni mentali. Lo stesso Sgarbi ha parlato per Palumbo di “realismo fantastico”, di “enigma”, sicchè ormai l’osservatore che si avvia a visitare questa mostra ha un sufficiente bagaglio per leggere con occhio consapevole i bei quadri (che col tempo si sono fatti più grandi per dimensioni) di questo giovane e valente artista. “Fantasia e realtà giocano a rimpiattino” – nota il Prof. Coppola – “così come memoria e artificio si passano la mano, per sortire opere dal segno nitido e puro, opere che ci ammaliano”. Ma tutto quanto si è detto appartiene e si esprime alla precisa esecuzione del mestiere pittorico. Vale allora la pena notare come la campitura dei volumi nello spazio sia figlia in Palumbo di una eccentricità geometrica perfettamente calcolata in vista di suggestioni che abbiamo detto perfino filmiche. Come la limpida squadratura dei volumi si opponga e si connetta alle liquide curvature di altre forme, e come l’hic et nunc delle cose rappresentate sappia inquadrarsi su una scena che in ogni opera si fa improvvisamente smisurata per cieli o per acque, in un paesaggio fosco e memoriale, opposto alla calda seppur ambigua domesticità degli interni. E’ pittura quella di Palumbo che massimamente si esprime nella varietà, nei toni, nell’intensità e nel contrasto dei colori, quasi sempre puri. Colori per lo più smaglianti e brillantissimi, ma, a volte, lunghe distese di riposanti giallo-rosa, grigio-verde, beige. Squillano qui i rossi accesi di certi drappi, i rubini, i verdi, gli incongrui e bellissimi rossastri cumuli di nubi, i caldi incarnati delle antiche statue immesse negli ambienti più attuali. Cromie che creano una sorta di rara essenzialità favolistica e che inventano scenari e atmosfere di originale timbro. Nelle tele di Palumbo, l’aria circola anche negli interni più angusti, con un respiro di cielo e di mare che pochi artisti sanno raggiungere. E l’insistita contrapposizione fra la quiete degli interni e un certo tempestoso preludio di bufera nei paesaggi, creano una dualità di grande suggestione. Geometria di strutture, straniamento e incongruità di oggetti presenti, perduranti segni della classicità assemblati con oggetti domestici, presenze di balocchi e di funebri cipressi: un grande trovarobato di contraddizioni e insieme di scoccanti contrari: tutto questo dà sostanza a una pittura di altissima manualità (quel passare nel dipingere dall’olio all’acrilico) e di dotatissima consapevolezza culturale (si vedano ad esempio certe citazioni boekliniane dè “isola dei morti”), situate però con una levità che ne trasforma il significato. Queste poche note vogliono solo introdurre all’arte di Palumbo che si pone come una delle più nutrientemente felici, concettualmente stimolanti, e pittoricamente vittoriose sulla scena delle proposte artistiche contemporanee. Valga a questo punto aggiungere che l’arte di Palumbo si accampa in una dimensione molto sua, solitaria e originale. Essa infatti supera, senza dimenticarle (anzi se n’è visto l’alto nutrimento) i grandi filoni del pittoricismo italiano, sia del classicismo rinascimentale, sia del verismo ottocentesco, figlio del naturalismo europeo. Dall’altro lato Palumbo azzera il visibilio di sperimentalismi (e potremmo anche dire di escogitazioni) in cui la pittura contemporanea si è impantanata e tuttora giace. Palumbo è uno dei pochi artisti che si rifà autenticamente alle grandi anticipazioni delle prime avanguardie novecentesche, ne coglie e si nutre dei succhi migliori, reinventandoli con una modernità che gli deriva anche dal suo alto magistero percettivo di grafico. Infine egli ridà alla pittura il suo primario significato di grande raccontatrice di favole visive, capaci di confortanti letizie nell’osservatore ma anche pioniera di complessi itinerari emotivi e psichici. Non disdice infine che questa pittura, a suo modo ghirlandesca e gozzoliana, possieda anche un’alta suggestione scenografica e, senza mai scadere nell’illustrativo, sappia porsi come favola contemporanea e possa essere, al livello più basso della sua comprensione, divenire strumento felice ed ammiccante di un arredo visivo contemporaneo ahimè troppo spesso scaduto a semplice confessione solipsistica di personali fantasmi incapaci di attingere l’universale linguaggio dell’arte.
MALUM GRANATUM
Mostra personale di Cherasco (Cuneo) "E' la melagrana profumata un cielo cristallizzato." Federico Garcia Lorca

di Angelo Mistrangelo

I momenti, le sensazioni, i luoghi della pittura di Ciro Palumbo si identificano e si misurano con gli aspetti della cultura figurativa del passato, con la profondità dei neri caravaggesca memoria, con un realismo rinascinamentale, con il mistero della luce che "scopre" scodelle, libri, paesaggi della memoria, cesti di frutta, finestre aperte su una natura rivisitata. Il suo discorso appartiene, quindi, all'area degli artisti legati all'immagine, alla intensa definizione di un oggetto o di uno spazio altamente evocativo, a una ricerca che si sviluppa lentamente secondo interiori rivelazioni. Un dipingere che, di volta in volta, trova le motivazioni per "fissare" un percorso fatto di antiche seduzioni, di percezioni che emergono da una meditata grafia che si traduce in cieli percorsi da nuvole di vento, in un dire sottilmente malinconico, in un universo di magiche atmosfere. In particolare, Palumbo tende a un colore dalle impercettibili vibrazioni, a una rattenuta passionalità, a una compostezza che regola ogni pennellata, ogni scorcio d'ambiente, ogni natura morta. Nato a Zurigo, Pubblicitario, attento ai valori di una pittura limpidamente definita, Palumbo appare estremamente consapevole del ruolo del pittore nella società attuale. Un artista che accanto ai suoi tipici soggetti ha ora realizzato una serie di tavole caratterizzate dalla ricorrente presenza del melograno. E il frutto originario della persia, diviene simbolo di una rappresentazione "in divenire", di una sospesa raffigurazione, di segnali che "cattturano l'immaginario", dove "i suoi toni caldi, le sue atmosfere familiari si contrappongono e si fondono con il cielo animato e agitato quasi a voler sottolineare una doppia anima che tra la passionalità mediterranea e la compostezza nordica, trova il suo equilibrio apparente". Il melograno è, perciò, per Palumbo, motivo esisenziale e chiave di lettura del suo mondo, suggestione di lontane latitudini e ritrovate passionalità nell'accensione dei rossi, nelle forme che appaiono nel vano delle finestre, nel senso di solitudine che si avverte osservando i quadri permeati da un immanente e, talora, inquietante silenzio.
Raggiungere il “meta”


di Adriano Olivieri

Nella vasta e variegata moltitudine di pittura figurativa, prodotta da un po’ di anni a questa parte, pare che un ruolo di primissimo piano, oltre certe sperimentazioni sulla materia – memori ancora dell’informale –, sia stato ricoperto essenzialmente da due tendenze: una che si avvale della fotografia, trascorrendo dalla pittura propriamente iperrealista a quella in cui l’utilizzo dell’obiettivo poggia su ragioni di mera comodità; l’altra, ispirata al surrealismo storico, si concentra sul mondo onirico. Mentre il linguaggio cubista, per esempio, metabolizzato per vie più concettuali che formali, non risulta tuttora utilizzato dai pittori per l’analisi spazio-temporale del reale, la pittura di matrice surreale ha continuato a raccogliere proseliti ai più svariati livelli qualitativi. Questo forse perché la pittura di un Magritte, un Delvaux o un Dalì, pur essendo stata rivoluzionaria nel contenuto si sviluppa in una trama pittorica leggibile, rassicurante per chi oggi aspiri a quell’ipotetico e mai raggiunto definitivo ritorno alla figurazione invocato da troppi anni. Molti pittori contemporanei si sono quindi collegati al linguaggio surreale, come a quello medesimamente attraente della metafisica di De Chirico e Savinio, come un modo per restare nella tradizione pittorica liberandosi nel contempo da lacci troppo vincolanti con la realtà da rappresentare. Ciro Palumbo agisce nel solco di questa traduzione del linguaggio surreale, onirico e freudiano, realizzando una pittura, della quale non facciamo fatica a rintracciare i riferimenti storici, che s’impernia su un numero limitato di soggetti posti costantemente in dialogo fra loro attraverso variazioni di accostamento, distribuzione, grandezza, forma e colore. Fra questi soggetti ricorrono con frequenza: le stanze senza soffitto, i giocattoli, l’isola di bökliniana memoria, le statue classiche, il mare, la sottesa mediterraneità immersa in un costante e cromaticamente acceso tramonto. Gli oggetti della messa in scena, improbabili, certo, ma dipinti come credibili, divengono allusione a qualcosa che sta oltre la loro semplice presenza fisica e razionale utilizzo. Di essi l’oggettiva funzionalità, già messa in crisi dalla forma incompleta o abnorme – cosa ce ne faremmo di una stanza senza soffitto o di enormi giocattoli? –, è ulteriormente compromessa dalla reciproca collocazione – una barca sospesa nell’aria – che ne porta in evidenza un contenuto altro, non fisico ma trascendente. Ne risulta una pittura fiabesca, tesa al raggiungimento di un significato ulteriore, a un grado di esistenza spostato altrove, atemporale, astorico e indefinibile: in una dimensione metafisica appunto. In questo modo la pittura di Palumbo costruisce un sostrato immaginifico e trae dalla pittura metafisica il complessivo senso del mistero e del sogno. Queste opere, con criterio geometrico e salda struttura spaziale, suggeriscono una rappresentazione teatrale e visionaria anche quando non raffigurano direttamente un sipario o una tenda scostata a mostrare un paesaggio. Proprio l’ammiccante orchestrazione, l’assemblaggio di elementi contraddittori e incongrui, tipicamente surreale, ci invita a percepire il dipinto come una personale e intima visione quale potremmo averla assistendo a un nostro sogno. I viaggi chimerici di Palumbo sono favole classicistiche create su misura, sogni liberamente costruiti sulle simbologie oniriche e sulle teorie freudiane dei moti dell’inconscio. Gli interni prospettici, l’ambientazione naturale, le sculture e i frammenti archeologici vogliono fare leva su una memoria antica, su ricorrenti esperienze inconsce, rielaborate in modo da suscitare sensazioni e sentimenti non direttamente e logicamente collegati ai singoli elementi del dipinto ma immersi in un sistema di libera interpretazione della tela, in una trama di riferimenti altamente suggestiva. Fra questi suggerimenti quello al viaggio è sicuramente uno dei più ricorrenti nel percorso di Palumbo, per il quale il mare ne è indispensabile metafora. Prendere la via del mare o tornare dai marosi è il viaggio per eccellenza: infernale o paradisiaco, vero o presunto, reale o immaginario, breve o infinito, mortale o vitale. La direzione stessa è costantemente messa in dubbio, ossia non sappiamo se essi siano viaggi di andata o di ritorno. Spesso i suoi giocattoli eletti ad autentici protagonisti in luogo dei personaggi umani intraprendono una strada che li porta all’interno del dipinto verso un punto focale rappresentato alternativamente dall’isola, dal tempio o dal teatro, e ne escono trasformati, rigenerati e pronti per una nuova meta. Queste costruzioni, infatti, il tempio in particolare, sono scatole magiche che vogliono figurare il sapere, la memoria e la speranza. Il viaggio quale condizione indispensabile dell’esistere è rappresentato attraverso il fluttuare di onde che lambiscono spiagge o che sciabordano su palchetti di stanze che si affacciano inverosimilmente sul mare. Le linee di fuga dei dipinti conducono quindi a ipotetici luoghi di approdo, delle Itaca o Citera alle quali giungere ma dalle quali ripartire. Queste isole spesso ridotte a scogli ad anfiteatro, rocce sulle quali mettono radici affusolati cipressi, si rifanno alla celebre “Isola dei morti” dipinta da Arnold Böcklin, modello del quale perdono la grave e onirica meditazione sulla morte che aveva affascinato Freud traducendosi viceversa, con il gusto della citazione, in un atollo di vita, di mutazione, di memoria, di riposo addirittura, sul quale si incagliano sfere e parallelepipedi colorati. La letteratura e l’arte è densa di riferimenti a isole reali o immaginarie; da quella che non c’è di Peter Pan, fantasiosa e infantile, alla mitica Atlantide affondata in un oceano che forse coincide con il nostro subconscio. In Palumbo tuttavia l’isola rappresenta la muta custode della memoria di un mitico passato, ricetto di un’immagine mai estinta di classicità che si manifesta esplicitamene nei ricorrenti riferimenti alla Grecia, a Roma e a Canova. Fra i contemporanei Igor Mitoraj è uno dei maestri d’elezione di Palumbo il quale cita lo scultore polacco nelle ciclopiche figure di pietra che campeggiano su alcune tele; figure bendate o strette da lacci che paiono animarsi, prendendo colorito e inoltrandosi in una terra di mezzo, ibrida fra la fissità della roccia e l’animazione dell’essere vivente. Gli stessi giocattoli e le navi dipinte con gusto grafico nell’impaginato e con colori saturi, formano delle nature morte metaforicamente e letteralmente sospese in un mondo fiabesco non lontano dal realismo magico e da molta pittura figurativa contemporanea russa. La diffusa sensazione ai limiti dell’allarmante è suscitata in particolare dai giocattoli i quali, nel momento in cui perdono la loro dimensione ridotta – adatta a facilitare la manipolazione, il controllo mentale e lo sviluppo dell’esperienza infantile –, cedono la dimensione ludica lasciando il posto a un’impressione inquietante che supera la soglia di attenzione, come fossimo prossimi a un pericolo. Sfere e scatole da circo, colorate con strisce e stelle, escono dal nostro controllo divenendo indipendenti e funambolici personaggi di un mondo altrimenti disabitato. Ma ancora una volta Ciro Palumbo si attiene a un universo nell’insieme pacifico, a tratti ironico, dove anche questa sensazione di allarme viene contenuta in situazioni trasognate grazie alla costante presenza di caldi cieli serali, stellati o dominati da grandi lune. La recente produzione pittorica di Palumbo si estende al di là della ricerca fin qui descritta attraverso un tema comparso progressivamente a partire dal 2004: le sospensioni. In sintonia con la mostra permanete di Palazzo Oddo, intitolata “Magiche trasparenze” e dedicata ai reperti archeologici portati alla luce nella zona di Albenga, Palumbo intitola a sua volta “Magiche sospensioni” la propria mostra. Isole, navi, statue, case e giocattoli, danzano sospesi nell’aria in una dolce levitazione, come bloccati nell’istante prossimo a un accadimento. Sensazione di enigma e di mistero aumentata dall’aspetto delle statue sempre in bilico fra il mondo dei vivi e quello dell’eterna fissità. La pittura di Ciro Palumbo insiste quindi su un percorso che in questi anni ha prodotto tanta pittura figurativa partendo, nel suo caso specifico, da alcuni maestri storici per poi deragliare progressivamente in percorsi alternativi che si sono avvalsi anche del materismo – sulla falsariga informale – del collage, dell’inserzione di parole scritte e di mirati riferimenti alla fotografia e al cinema.
Le mille e una notte di Palumbo


di Francesca Bogliolo

“ Chiaro che può essere soltanto un sogno, nella vita reale non s’è mai visto un viaggio così.” da: J. Saramago, ‘Il racconto dell’isola sconosciuta’ Il sogno a cui fa riferimento Ciro Palumbo ha origine nelle notti dei tempi, nelle mille ed una notte in cui Sherazade, con la magia dei suoi racconti, ottiene salva la vita affabulando con la prospettiva di un’esistenza immaginaria il suo sposo, il re Sahrigar, che la vuole morta. Sherazade prende il tiranno per mano e lo conduce in un mondo di pura invenzione, fatto di fantasie e seduzioni, timori ed incantesimi, intrighi ed atti eroici, offrendogli in dono una sorte alternativa partorita dall’immaginazione, un destino fantastico in grado di sedurre il sovrano feroce e di cambiarne la natura penetrandone la profondità dell’anima. Allo stesso modo, Palumbo conduce per mano lo spettatore in un mondo coerente con la tradizione metafisica di cui si nutre, popolato di oggetti simbolici, spazi desertici, scenografie enigmatiche, suggestioni che comunicano un senso di inquietudine. Pure, non è l’evidenza iconografica a comunicare ad occhi desiderosi di significato, bensì l’atmosfera percepita da chi osserva, che è insieme tensione ed attesa. Non si tratta di una sosta statica, immobile in un tempo sospeso: per Ciro Palumbo l’attesa è ricerca, e ricerca è un viaggio per cui si parte sapendo che la meta altro non è se non il viaggio stesso. “Voi che ne pensate, Che bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi.” da: J. Saramago, ‘Il racconto dell’isola sconosciuta" Palumbo compie il viaggio, che è un salto verso l’inconscio, tramite la pittura, che traghetta pittore e spettatore in una surreale atmosfera onirica popolata di oggetti reali, in una dimensione interiore inconscia eppure conosciuta, come quella del sogno. La pittura è un vascello, che conduce ad un’isola sconosciuta che in realtà si trova dentro noi stessi. Noi, essendo, ci conosciamo, eppure sentiamo la necessità di partire, insieme a Palumbo, alla ricerca di noi stessi. L’inconscio del pittore è la realtà avvolta dal velo del mistero: la luna, il cavallo, il deserto sono icone riconoscibili, ma la loro associazione ed il loro inserimento in un paesaggio transitorio fatto di quinte aperte, strutture in volo ed elementi che conducono in viaggio, suggeriscono nuove suggestioni derivanti da un poliedrico mondo fantastico, che ha suoi protagonisti e sue storie da raccontare, ma un’unica anima, che è necessità artistica. Per Palumbo partire diviene allora, come il narrare per Sherazade, una questione di vita o di morte, un’esigenza di espressione che è salvezza, un’illusione magica e giocosa destinata a fronteggiare la barbarie quotidiana dell’esistenza, una visione che si può avere semplicemente chiudendo gli occhi e continuando a viaggiare in sogno verso noi stessi. In questa narrazione visiva, il colore e le linee possono stupire come le parole di una fiaba contemporanea, possono permettersi di deridere la realtà con fantasia e di evocare un mondo in cui gli archetipi cambiano significato, in cui persino il cavallo di Troia, da portatore di sventure diventa portatore di gioia come i cannoni di bronzo di un racconto di Rodari. “Lo Stragenerale Bombone Sparone Pestafracassone ordinò: - Fuoco! Un artigliere premette un pulsante.E d’improvviso, da un capo all’altro del fronte, si udì un gigantesco scampanio: Din! Don! Dan! Noi ci levammo l’ovatta dalle orecchie per sentir meglio.- Din! Don! Dan! – tuonava il cannonissimo. E centomila echi ripetevano per monti e per valli: - Din! Don! Dan! - Fuoco! – gridò lo Stragenerale per la seconda volta: Fuoco, perbacco! (..)Poi ci fu un momento di silenzio. Ed ecco che dall’altra parte del fronte, come per un segnale, rispose un allegro, assordante: - Din! Don! Dan! Perchè dovete sapere che anche il comandante dei nemici, il Mortesciallo Von Bombonen Sparonen Pestafrakasson, aveva avuto l’idea di fabbricare un cannonissimo con le campane del suo paese. - Din! Dan! – tuonava adesso il nostro cannone.- Don ! – rispondeva quello dei nemici. E i soldati dei due eserciti balzavano dalle trincee, si correvano incontro, ballavano e gridavano: - Le campane, le campane! festa! scoppiata la pace!” Sembra di assistere al tentativo, da parte dell’artista di trovare una risposta al quesito proposto in prosa da Michael Ende, secondo cui “soltanto chi lascia il labirinto può essere felice ma soltanto chi è felice può uscirne”. La ricerca, compiuta tramite il viaggio interiore, che permette di oltrepassare con mezzi tangibili il confine del reale, da’origine ad una poetica coerente portata avanti con volontà espressiva, al centro della quale si situa, come un’apparizione simbolica su di una tela, la grande sfera immaginaria della magia.
Microcosmi dagli orizzonti infiniti
sogno e realtà: due facce della stessa medaglia

di Simone Bertolini

Nel guardare intensamente le opere di Ciro Palumbo bisogna ammettere che si provano intime emozioni, diverse, contrastanti, che indagano superficialmente i nostri pensieri per penetrare sempre più a fondo nella nostra essenza e che ci lasciano dentro qualcosa di nuovo ogni qual volta ci facciamo trasportare in questa commistione di sogno e di realtà. Ma dove finisce il sogno? Dove inizia la realtà? Queste sono alcune domande che mi sono posto nell’osservazione attenta dell’opera di Palumbo e sebbene credo che forse una risposta oggettiva in assoluto non ci sia, ho cercato di farmi suggerire dai dipinti del maestro la sua risposta, la sua interpretazione della questione. Il confine non esiste, sogno e realtà sono due facce della stessa medaglia: la vita! Nei suoi dipinti, Palumbo mischia con sapienti giustapposizioni elementi reali quali alberi, torri, vascelli, statue classiche, sfere e palline, ma li colloca in luoghi che, sebbene siano contraddistinti dal mare e da cieli densi di nuvole o stelle, sono in realtà non-luoghi surreali per le atmosfere che emanano. L’atmosfera che si respira nelle opere di Palumbo è la chiave per capirle. Attraverso colori vivaci, che toccano la nostra sensibilità per il modo in cui sono accostati e per la loro varietà, grazie ad una luce calda e vibrante e a trapassi chiaroscurali delicati, Palumbo riesce a creare luoghi onirici che ben accolgono le creazioni mentali metafisiche più disparate. Essi rimandano direttamente ad un’idea di come, secondo lui, dovrebbe essere il luogo nel quale nascono le creazioni del nostro subconscio, che partono da elementi reali, ma seguono regole dettate dal caos. Ma, a differenza degli oggetti, questi luoghi delineati dal pittore non sono dominati dalla casualità, anzi ci trasmettono un senso di pace quasi divina, che arriva dritto alla nostra anima e ci consente di codificare le immagini e i concetti che vuole esprimere l’artista come il tema del viaggio, del mistero, del gioco, celati dietro gli oggetti-simbolo che popolano le rappresentazioni e dietro le loro combinazioni. Emblematici gli alberi collocati su porzioni di terra fluttuanti, non ancorati al terreno, proprio perché i luoghi di Palumbo non danno solido appoggio alle cose, ma creano atmosfere governate da un caos calmo in continuo divenire, basato su una surreale armonia delle parti, cangiante e allo stesso tempo eternamente perfetta Atmosfere capaci di accogliere i pensieri più reconditi dell’animo dell’artista ma che si offrono come tela bianca agli spettatori che vogliono giocare ad indagarsi. A volte include anche testi e frammenti di testi, perché anche la parola come gli oggetti presenti veicola immagini e quindi concetti. Microcosmi dagli orizzonti infiniti, dominati da un ordine che la sapiente mano del maestro impartisce alle cose in apparente caos. Microcosmi dagli orizzonti infiniti… metafore della vita: apparente caos ordinato.
Passione


di Lucia Covella

Si dice che la vita non è quella che sogniamo, ma quella che ci capita giorno dopo giorno! Sembra che frase più vera di questa non sia mai stata detta, ed è ancora più vera guardando i dipinti di Ciro Palumbo. Infatti l'artista ha colto in pieno il senso di questa frase: egli dipinge fantasie e sogni, giochi e perdizioni, fiabe e racconti di ogni tipo, un sogno che non finisce mai immerso in un turbinio di oggetti, figure e paesaggi immaginari, una realtà sognata, fantasticata… non quello che ci capita giorno dopo giorno, ma appunto quello che sogniamo. Palumbo, come un grande scrittore, racconta l'essere e il non essere, tanto noto e sfruttato, in pochi particolari, in piccoli gesti: quando la realtà opprime si cerca nel sogno un motivo per darsi forza. Racconta l'assoluto in una prospettiva di un cielo nuvoloso che si schiarisce all'orizzonte e va fino in fondo al cuore, ad emozionare. Ci si perde su una barca senza timoniere, trasportati chissà dove, come quando innamorati di un'idea, ci si lascia trasportare senza regole dalla passione. E' la passione infatti a far muovere il mondo da sempre, e a dare la spinta giusta per amare la vita. Perché la vita non è vita se non è sorretta dalla passione! Eppure nei dipinti di Palumbo c'è un cielo da temporale, un vento che piega gli alberi, una tempesta da togliere il fiato.... ma la barca va, fin su un'isola sperduta chissà, per poi ripartire di nuovo, La passione pure! Nonostante delusioni, momenti bui, difficoltà insormontabili, dolori incolmabili. In fondo, appena visibile un orizzonte terso, limpido... in fondo si può arrivare e questo sogno può realizzarsi dove, superate le angosce e le paure, tutto si schiarisce, e allora si ricomincia di nuovo, un'altra tela, un altro sogno, un 'altra passione... la vita, perché a volte l'immaginazione aiuta molto più della conoscenza. Ciro Palumbo, dunque, dipinge la vita unica e irripetibile, quella dell'anima, quella intima, quella del cuore, quella della passione, motore della vita di ogni giorno. Vita che sfugge dalle mani per finire attraverso i pennelli e i colori, sulle tele dell'artista in forma diversa, onirica, fantasiosa, ironica, divertente. Sogno e realtà, gioco e verità, non si sa mai quale è il limite che li separa, e quale nella vita ha più valore, quale nel mondo di ognuno di noi riesce a fare più presa. Sicuramente nei vari mondi di Palumbo il gioco e la fantasia sono determinanti, e parlo di mondi perché ne dipinge tanti e in tanti modi dove ognuno di noi può ritrovarsi, immergersi, sognare, e farsi trasportare dalla passione e dall'amore per la vita.
l'INQUIETUDINE DEL SOGNO


di Paolo Levi

Ciro Palumbo è un artista che ama la provocazione, ma non tanto nel senso di una sfida, quanto come intento di sedurre. Egli proviene, o per meglio dire, si è immesso da tempo nella tradizione metafisica: gli interni abitati solo da oggetti inanimati e da sculture classiche, i paesaggi marini con un’isola, sono evidenti richiami a Giorgio de Chirico e ad Arnold Böcklin. Ma nel suo modo di concepire l’arte pittorica – lavorio continuo e meditato, fatto di applicazione, di studio del colore e degli spazi, di preciso calcolo delle alternanze fra pieni e vuoti, di calibratura dei toni, dell’ombra e della luce – egli lascia anche trapelare la sua devozione ai maestri del museo della storia dell’arte italiana, e più in particolare alla tradizione rinascimentale, quando la creazione artistica rispondeva a leggi prospettiche e compositive ineludibili. Le sue espressioni figurali riferiscono quindi di una cultura profondamente assimilata e di un percorso meditato e coerente alla ricerca dei sottili legami che collegano l’arte classica alla modernità. Da un punto vista strettamente stilistico, egli non sembra appartenere al nostro presente – del resto la sua eleganza è felicemente lontana da certe esibizioni che ci sottopongono gli artisti di oggi – e tuttavia va sottolineata la qualità concettuale della sua ricerca tematica e visiva, che si svolge in un contesto impregnato di emotività e di sensibilità tutta contemporanea. Quando affronta la tela non lascia nulla al caso: i suoi pigmenti variegati e aggreganti completano un’intensa trama segnica, perfettamente preordinata. Le isole, il mare, gli oggetti nelle stanze vuote, le statue di memoria ellenistica, si compongono in strutture rigorosamente equilibrate, sia dal punto di vista spaziale, sia della coerenza contenutistica, dove le immagini traducono i simboli onirici in allegorie dell’assenza e del silenzio. Le finestre che si aprono verso il mare, le costruzioni circondate dagli alberi, i cieli spesso ombrosi di nuvole, segnano un universo di linee, di masse, di colori forti, di stesure tutt’altro che semplici. Ma questo non è sufficiente per continuare a ripetere la sua adesione agli stilemi della metafisica, in quanto i suoi fondi contrastano con le masse cromatiche uniformi e asettiche, che caratterizzano gli oggetti in primo piano, seguendo una linea tonale diversa e mossa da sovrapposizioni di colori ben leggibili. A livello esclusivamente visivo, se si accolgono otticamente queste campiture, ci si accorge come Palumbo abbia anche seguito la lezione tecnica dell’Informale. Ciro Palumbo non è solo un pittore, ma di fatto un poeta che riflette, agisce e compone per coniugare metafore sull’inafferrabilità del tempo e l’incommensurabilità dello spazio, mostrando quindi la sua capacità di approfondire l’osservazione non tanto della natura, quanto delle impressioni immaginifiche che provengono dalla memoria di un tramonto o di un’alba sul mare. Emblematica a questo proposito l’assenza totale dell’uomo: solo effigi statuarie evocano i sentimenti congelati di amori inesprimibili. Il vuoto e l’assenza però si aprono talvolta al gioco, insinuando la malizia di un teatrino, di una barchetta, di un Pinocchio, di una palla, di un cappello da illusionista. In tutto questo c’è forse una rievocazione dell’infanzia, come momento magico di verità. A questo si aggiunge il sospetto che anche le citazioni classicistiche vogliano rimandare a un mondo arcaico più sapiente e più semplice da capire, a una sorta di infanzia dell’umanità, popolata da demoni e divinità protettive. Un mondo legato ai cicli della natura di cui rimangono solo le immagini archetipiche dei nostri sogni.
IL SOGNO RITRATTO
Estratto dal testo per la mostra “Il volto, incarnazione del sogno”

di Nicola Davide Angerame

La pittura di Ciro Palumbo si abbevera alla fonte di una lunga tradizione che intende l'arte come lo strumento d'indagine privilegiato delle profondità dell'animo umano, delle zone oscure dell'essere e di quella sfera irrazionale del pensiero dove albergano i simboli, una genia di “cose” capaci di assumere su di sé la valenza di un intero discorso, di un'evocazione senza parole che traghetta sensi plurimi interagendo con le interpretazioni che ad essi si offrono nei differenti momenti storici e nelle divergenti letture dei singoli fruitori. Ciro Palumbo segue le orme tracciate da A. Böcklin, M. Klinger, C.D. Friedrich e J.H. Füssli, la loro passione pittorica per il sogno che si distingue dalla passione analitica di S. Freud, il quale tentò di tradurre i simboli onirici nel linguaggio razionale di un inconscio al quale la sua “interpretazione dei sogni” ha scoperto i nervi, denudando il gioco criptico delle resistenze e delle pulsioni e portandone a galla i contenuti nevrotici. Quella dei pittori è, al contrario, una “passione sintetica” che cerca di rappresentare i contenuti dell'Io profondo all'interno del quadro dipinto e quindi di uno schema altamente logico perfezionato grazie alla visione prospettica inventata dal Rinascimento come pilastro di un illuminismo ante litteram che rischiarava le oscurità presunte del Medioevo. In questo luogo della mente specifico che è il quadro, Ciro Palumbo segue più da vicino le tracce di un linguaggio moderno del sogno messo a punto da Magritte, De Chirico, Dalì e Savinio. La leggerezza, le atmosfere sospese, la continua tentazione d'infrangere la regola aurea del mondo reale quale è la forza di gravità, fanno della pittura di Palumbo l'ennesima conturbante proposta di un'evasione controllata, di una scampagnata lungo i bordi di una dimensione alla quale è possibile soltanto alludere attraverso l'uso dei simboli, poiché ogni tentativo di possederne la verità con l'uso dell'immagine è destinato a naufragare. Su questa “impossibilità”, che potrebbe parere una deficienza della pittura si gioca al contrario tutta la capacità attrattiva dell'arte, poiché come ha dimostrato De Chirico con i suoi manichini e le sue piazze, un simbolo o un'atmosfera sono tanto più forti quanto più attinti dal vissuto personale dell'artista. Soltanto in questo modo, soltanto attingendo alla fonte più autentica della propria natura (e quindi anche del proprio silenzioso inconscio), si possono reperire in sé quelle immagini che sanno diventare universali perché in qualche modo le ritroviamo nel nucleo duro di ognuno di noi, così in profondità da non avvertirsi se non grazie a quel dipinto che ce lo rammenta, rivelando una parte im-portante di noi. Da qui, anche una certa peculiare utilità dell'arte all'interno di quel percorso, che deve impegnare tutta la vita secondo Socrate, che consiste nella massima “conosci te stesso”. Nel caso di Palumbo le isole e tutto il mondo di simboli che vi gravita attorno, sono divenute un elemento, un luogo, una dimensione ricorrente a tal punto da rappresentare nella produzione pittorica il topos utopico, il luogo inesistente dove la mente si perde in quel sogno ad occhi aperti che è la pittura... Ma non è solo questo. Non si tratta qui del lavoro di una soggettività arbitraria quanto banale, ma di una oggettività soggettiva della pittura che occorre sondare inevitabilmente attraverso l'uso di un linguaggio di carattere esoterico, che la tradizione e la pratica del simbolismo hanno affermato come linguaggio precipuo di una realtà che sta oltre quella percepita quotidianamente e avvertita interiormente come fascio di sentimenti, epidermici seppure trainanti. Nel caso di Palumbo le sue isole ricorrono come luoghi, dice lui, “da raggiungere e abbandonare in un cammino verso l'esistenza”, che non può essere soltanto il regno del razionale, del programmato, dell'atteso, ma deve essere anche il luogo delle aspirazioni romantiche verso una totalità soltanto intravista e sentita dietro la molteplicità dell'essere e la caoticità dell'esistere. Questa Grande Ragione, questo Dio laico, questo Principio Assoluto, sono alcuni modi possibili per indicare a parole e concetti un qualcosa che non ha parola né concetti. La pittura simbolista si apre quindi verso la ricerca di un modo possibile di raffigurare questo “pozzo” che sale verso il cielo stellato almeno tanto quanto scende verso gli inferi più bui del nostro essere. L'oggettività soggettiva di una pittura simbolista efficace, in grado cioè di offrire a chi guarda un indistinto ma concreto di ponte verso questi luoghi di dannazione e di salvezza, si raggiunge quando il simbolo fa sistema ovvero quando il simbolo non è lasciato a se stesso (come ad esempio nelle raffigurazioni antiche di personaggi storici ritratti con pochi simboli dediti a descrivere il carattere, lo status o la vicenda personale del soggetto), ma si integra dentro un sistema di simboli tale da ribaltare il reale. Per Palumbo questo sistema è costituito dalla sua torre del piacere, la camera dell'artista e quella dell'oracolo, la città, gli alberi frondosi e le rovine di un'architettura classica, i solidi geometrici, il volo, i bambini come “pescatori di sogni” e le navi volanti. La sua pittura è letteraria, poetica. Possiede una narratività liberata, fantastica, metaforico-allegorica. L'escamotage retorico viene utilizzato, come si fa in poesia, affinché la logica irrazionale, ma non per questo incoerente, del sogno possa offrirsi come una sacca di energia vitale alla quale attingere per contrastare la durezza, a volte disperante, della realtà quando questa diviene eccessiva. Da qui, anche la rappresentazione del volto assume le fattezze di elemento di un sistema che non s'accontenta di rappresentare l'individuo ritratto, la sua psicologica essenza, ma ne offre la maschera portatrice di segni ad una interpretazione che legge nel volto sognante un invito al sogno. Il ritratto dell'uomo che sogna non è una descrizione ma un'effige iconica che vuole aprire la via a chi guarda, portandolo dalla parte del dipinto, inglobandolo dentro la sua realtà. Le prospettive impossibili elaborate da Palumbo servono a questo, come trappole percettive tese all'occhio troppo analitico dello spettatore moderno.
Le Roccaforti del sogno


di Rosanna Dell'Utri

Il potere dei sogni. Così meravigliosamente smisurato, il potere dei sogni, da suggerire fiabe all’orecchio omerico di cantori di ogni dove, da sublimare l’essere alla dimensione semi-divina che tutto concede e può. Può creare, vivere di un’intensità millenaria, modellare paesaggi mentali in cui i protagonisti si alternano ma condividono, sempre, un non spazio, in cui l’unico escluso è il reale. E quando a sognare sono i pittori, con la netta volontà di raccontarli i sogni, attraverso linguaggi espressivi che conducano lo sguardo dell’estraneo fin dentro la natura dell’onirico, allora si assiste a un miracolo. Di chi trasforma in segno ciò che per gli altri rimane astratto, di chi dà forma e sfumature al sogno, di chi racconta una favola intrecciata alle pennellate, che ad ogni cambio di colore si gira pagina. Ciro Palumbo, ovvero il Pittore delle isole. Il Sogno è l’anima della sua favola pittorica, e non esiste alcuna distrazione né fascino per null’altro che non sia Utopia. Ed eccolo il suo sogno, si staglia nitido sulla tela, senza sbavature, come se non esistesse altro che la certezza della sua forma in quella precisa e puntuale visione che è l’isola immortale. Accompagnato dal sussurrio di una musa che suggerisce incanti e sorride meraviglie, Palumbo tesse la trama della sua favola che tutta gira intorno allo scoglio, definendone i contorni e limandone la roccia, inaccessibile e lucida fortezza del sogno. L’artista come un viaggiatore su una nave sospesa che salpa e naviga senza timone alcuno, e l’isola, la meta prima e ultima, come visione in grado di nutrire e riempire occhi cuore e volontà, col suo carico di mistero e ammiccante speranza che chiama a sé. E il sogno si trasforma, perde e acquista segni e diventa isola lontana, zolla di terra calda che accoglie, roccia scoscesa e assurdamente in bilico sull’immobilità dell’acqua, torre dei giochi, torre di Babele. Mai la stessa isola quella di Palumbo, eppure sempre imprescindibilmente la sua. Sulle tele del pittore di Giaveno la favola prosegue lenta e inesorabile, e sulla nuova pagina, l’abbraccio mistico e consolatorio tra roccia e natura diviene metafisica visione di architetture distorte, strutture classicheggianti la cui pienezza inquieta. Il delirio del pittore si sublima in questa ultima fase di produzione in costruzioni lucide e circolari, talvolta metalliche, che sembrano riprodurre un movimento a spirale, movimento di un vortice che attrae e insieme respinge con la sua forza, che alletta e allontana, anche. L’isola che ci appare è superba, nessun bisogno di acqua a significare l’essenza di quel che si vede, nessun bisogno dell’elemento primo che purifichi in un dipinto in cui tutto è sanguigno, come il cielo spesso di pennellate color porpora, alba e tramonto, principio e fine, e le inquadrature angolari di un occhio allucinato. E nella sua allucinazione, le torri e i Colossei che si schiudono per l’eventuale ingresso o si proteggono e con loro il segreto che custodiscono, diventano scenografie di un teatro sull’acqua, fondali lucidi e rocciosi dietro cui si celano quinte insondate; teatro che accoglie sogni, balocchi e speranze e contemporaneamente li respinge, così come all’isola si arriva con la nave carica di desiderio e aspettative, e dall’isola si va via, stanchi o appagati, ma sempre pronti per un altro viaggio, ennesimo viaggio. Quelle che tratteggia il pittore delle isole, Palumbo, col suo instancabile tratto preciso e allusivo al tempo in cui nasceva l’epos, sono scene di incantevoli mondi paralleli, possibili inquadrature di realtà mentali il cui fascino forza l’occhio a seguire i percorsi disegnati. Incanto e rifugio, necessaria solitudine, porte di una città magica che ci è permesso solo intravedere e, nella penombra, già fremiamo per l’idillio. Luca Motolese, in arte Akira Zakamoto. Arte dai colori brillanti, la sua, su supporti quadrati, sempre della medesima dimensione, e gli elementi ritornano, puntuali, poiché suoi intimamente, come un sogno familiare che ricorre e non sorprende, accogliente nel circolo delle visioni; l’artista sembra trasporre sulla tela il negativo di miraggi notturni, fotografati nell’istante della rivelazione che apre gli occhi, anche nel sonno. Pittura senza filtri, varco nella mente nella piena fase allucinata in cui la visione si manifesta trepidante e vera. E così eccole, le stelle che illuminano, le pietre sospese nel vuoto, astronavi che brillano di scie vivifiche in una dimensione che nulla ha di reale. E in primo piano, con lo sguardo fisso in quello dell’osservatore, volti di angeli mostrano la via del possibile, indicando l’isola dell’eterna beatitudine, il pianeta su cui l’uomo troverà salvezza, sempre viaggiando, personale esodo. C’è un universo pieno nelle tele dell’artista e dietro le immagini, vivide, una filosofia dell’esistenza che traspare e si manifesta attraverso quadri-racconti ricchi di segni, allusioni, trame che mai si esauriscono alla sola occhiata fugace. Il pittore torinese dal nome orientale imposta la sua pittura, tutta, sul senso di un contatto con un altro mondo, ponte che attraverso la deliziosa ignoranza di bambini-Maestri e di creature angeliche ancora non contaminate, permette all’uomo di atterrare nel non-luogo, dove la bellezza può essere assaporata e colta, in una dimensione priva di condizionamenti. Anche per Zakamoto, come per Palumbo, è Utopia. Quando due pittori si uniscono nel segno dell’onirico si assiste a un miracolo, dicevamo. Si assiste alla costruzione di un’inespugnabile fortezza del sogno, alla volontà di delineare marcati i confini di un limbo in cui la creazione è condivisa e il passaggio verso il non-luogo è offerto e raccontato. Ed è questa la storia che in una torre a Rivoli verrà narrata a settembre, attraverso l’esposizione di dipinti i cui differenti linguaggi Palumbo-Zakamoto parleranno della stessa visione altra. La Torre della Filanda, dal 23 settembre al 1 ottobre diviene infatti luogo sacro in cui dipinti e realtà indefinibili, al limite tra arte visiva e uditiva, coinvolgeranno il pubblico in un viaggio percettivo dalle sfumature sonore e tattili. Dove gli angeli di Zakamoto vivranno, sorridenti, tra le rocce delle isole di Palumbo, nelle intoccabili Roccaforti del sogno. La metafisica dei colori di Ciro Palumbo Quaranta opere, quaranta dipinti dell’artista Ciro Palumbo per continuare il viaggio lungo i microcosmi sospesi, isole cromatiche che richiamano l’occhio e lo trascinano nel labirinto simbolico delle tinte. Tutto è colore sulle tele del pittore, ogni immagine dipinta a olio o a tecniche miste racconta una storia che si nutre di segni e simboli, di tratti netti e insieme sfumature che si perdono nell’inconscio e sollevano interrogativi, veicolati dall’uso di accostamenti cromatici che ritornano come suggestiva cifra pittorica. A partire dal 10 ottobre 2007, la galleria di Palazzo Coveri, a Firenze, diventa alcova artistica, luogo di passaggio dal reale al magico in cui si celebra la funzione mistica del colore, anello di congiunzione tra terra e cielo. Di fronte alle tele di Palumbo, si assiste alla nascita cosmica di tinte che conservano il significato primigenio e insieme lo arricchiscono di aspetti personali, affondando l’essere nella storia dell’uomo prima ancora che in quella del pittore. Così prendono piena forma drappeggi cieli giochi, a svelare incontri di pennellate che risvegliano dinamiche emozionali, a rivelare più di tutto l’identità nascosta di un Giano bifronte in cui agli aspetti esteriori corrisponde un’interiorità univoca. Rosso e Blu, nelle loro infinite sfumature, divengono protagonisti indiscussi, archetipi opposti che avvicinati vivono in un accostamento in grado di risolvere l’apparente dualismo: il colore della forza primordiale all’origine di ogni cosmogonia, principio vitale della psiche ed eroica potenza, sangue e satana, vita e morte, urla accanto al suo polo opposto, il Blu, meditativa tinta del divino, quiete ed armonia, e all’estremo, regressione e mesta chiusura. E il risultato è un rapimento, un senso di profondo e ripetuto struggimento nostalgico di fronte allo slancio verso l’eterno che accarezza le tele di Palumbo e gli occhi degli uomini dipinti, creature mitologiche e accese di passione e delicata riluttanza. Quaranta dipinti, a Firenze, nei quali il colore sostituisce il linguaggio nella sua patria, per un artista che sublima la percezione cromatica in esperienza interiore. La Nave della Speranza Comincia da Giaveno il lungo viaggio verso il mare del pittore Ciro Palumbo. E quando lo raggiunge, il mare, il pittore delle isole non torna più indietro. Sceglie acqua salvifica per colmare i sensi, inondarli, e ripropone, studiando e scomponendo, ossessioni metafisiche, deliri utopici, in cui è forte l’omaggio al mito greco e si colgono, sempre nuove, le atmosfere dei De Chirico, Savinio, Magritte. Un racconto velato quello del pittore, perché l’occhio subito intuisce che gli elementi sulla tela non sono casuali, ma ritornano, si inseguono, e nella loro ricorrenza assumono un significato che naturalmente si sublima in favola. Così il riferimento alla metafisica assume piena espressione nel racconto onirico costellato di isole improbabili, architetture distorte, esasperate, assemblaggi di giochi dagli accesi colori; e la matrice personale di Palumbo riveste e lega in veste nuova le immagini mentali donando loro un’identità, una storia che di quadro in quadro si arricchisce e strega con la continuità del C’era una volta. Così nella favola pittorica che è cominciata ma non conosce tempo, in una trama che vibra dietro le pennellate, appare la Nave della speranza, protagonista e sorella dell’altra narrata nel prezioso “Racconto dell’isola sconosciuta di José Saramago. E adesso sembra di vederla quella barca, tradottasi magicamente dalla pagina scritta sulla tela, alla perenne ricerca di un’isola sconosciuta che è insieme mistero e sogno, miracolo nato da tempo immemore e insieme subitanea visione di occhi assetati. Lucente di un’aura magica si libra in volo contro ogni legge di ragione e gravità, colma del carico eccezionale dei balocchi che porgono ulteriore omaggio all’onirico, alla dimensione fantastica e priva di filtri adulti in cui ci culla il pittore-aedo. Innumerevoli vele e palloni aerostatici catturano aria: la Nave della speranza vuole volare, deve necessariamente volare, gonfia di un vento impetuoso che sconvolge e permette, dietro tende che si sollevano d’incanto, di scorgere l’infinito cui anela. Fin dove l’occhio si spinge, non esiste orizzonte privo di isola. Stessa isola o diversa isola, spiata e intravista da angoli opposti; ma è sempre Lisolaimmortale il cuore del dipinto che pulsa potente sulla tela, in quell’incontro surreale tra natura ebbra di vento, e roccia immobile come un monito, incontro che riempie. Poiché, se non nella storia di Saramago, nei dipinti di Palumbo “l’uomo che voleva una barca” quell’isola la vede, la assapora e vi approda, superando per gradi, di tela in tela, la distanza emozionale che allontana il reale dal sogno, che protegge il cuore dallo schianto di fronte al raggiungimento dell’utopia. Così nelle sue tele il pittore la avvicina, Lisolaimmortale, la studia, ci gira intorno, approfondendone angolazioni e cavità, scorgendovi scogli improbabili o Colossei scolpiti in una roccia lucida, in cui conquista il gioco di colore e la struttura che si scompone, crolla in pezzi. In un climax di pathos, la visione sulle tele si esaspera in forme monumentali inquietanti, il cui cupo silenzio è rotto dal movimento di una natura che riscalda l’immagine; cieli e cipressi vivi di passione sembrano voler riconquistare uno spazio sterile, oppure arretrano o lottano, mentre la nave che ha già speso il suo tempo si allontana da quell’isola incupita, smaniosa di un nuovo viaggio, nuovo entusiasmante viaggio. Come il suo Icaro senza ali ma con un’isola per cappello, Palumbo sogna e scompone il sogno, mescola tecnica e concetto, vola e riatterra nel suo atelier di montagna, riempiendo dipinti e occhi di un mare segreto. Che si scopre e ammira nel nuovo show-room sotto la stanza in cui nascono le idee, dove guidati dall’artista si viaggia sulla nave e ci si appropria dei balocchi, ci si sprofonda, da farli cadere. Non solo a Giaveno, il dialogo continuo con il pittore si perpetua e arricchisce sul sito, dove convivono vecchie e nuove isole nell’evoluzione magica e instancabile che appartiene a quest’uomo che ancora ama sognare.
 
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